Partiamo da un assunto che affonda le proprie radici nel passato recente del nostro calcio. Il 3-5-2, con tutte le sue riletture e variazioni sul tema, è stato il secondo sistema più utilizzato dal 2013/14 al 2023/24. Per gli amanti delle fredde statistiche, in Serie A ha portato circa 2201 punti in circa 1627 gare nella finestra temporale di riferimento. Questi dati dimostrano un processo di transizione, che ha messo al centro del nostro linguaggio calcistico un sistema che oggi è diventato il paradigma di riferimento. Basti pensare che nella stagione in corso, 14 club su 20 in Serie B adottano un’impronta tattica con 3 difensori, e 8 su 14 si affidano al 3-5-2. Non sono diversi i dati in Serie A, con 13 club che usano un modulo a 3, declinando poi in modi diversi la propria proposta di gioco.
Proviamo a tradurre i numeri in concetti: la difesa a 3 è entrata nell’immaginario collettivo italiano, porta dividendi evidenti sul suolo nazionale e ha plasmato idee e argomenti anche agli antipodi tra loro. Basti pensare ai due estremi concettuali, facce di una stessa medaglia che oggi convivono ai vertici del massimo campionato: Gasperini e Allegri. Entrambi protagonisti nel secondo e nel terzo decennio del 2000, facendo però gravitare attorno al 3-5-2 una serie di altre dinamiche. E con l’introduzione di questi due nomi, possiamo cominciare a sviscerare le caratteristiche del sistema.
Il principio cardine è la funzione degli esterni, oggi chiamati “quinti di centrocampo”: a seconda delle esigenze infatti, possono diventare un’arma affilatissima in chiave offensiva, o una risorsa preziosa in fase di copertura.
Sono proprio le corsie infatti a diventare determinanti: nell’Atalanta dal 2016/17 ad oggi, la fascia è territorio di caccia di Gosens (che nel 2019/20 arriva a segnare 11 gol in Serie A), Hateboer (12 reti e 21 assist in 245 partite), Maehle, Zappacosta (16 gol e 26 assist) e molti altri. Nomi che hanno contribuito ad alimentare una narrazione ben precisa: “da esterno ad esterno”, diventato il marchio di fabbrica dei bergamaschi, formula nata per codificare l’inizio e la fine di molte azioni offensive della “Dea”, che sviluppa utilizzando il campo in ampiezza e riempiendo l’area anche con gli esterni di fascia.
Un altro punto focale della conformazione tecnica e tattica di Gasperini? Il ruolo dei tre centrali, non più dei marcatori puri senza licenze di sganciarsi in avanti. Emblematica la trasformazione di Toloi, che arrivava ad aggredire l’avversario a ridosso dell’area opposta. Elemento oggi ripreso da Ahanor nell’Atalanta di Juric e Palladino, e da Hermoso o Mancini nella Roma del “Gasp”.
Al contrario, con la Juventus e il Milan di Massimiliano Allegri siamo sul versante opposto: poche contaminazioni o chiavi di lettura diverse, ma tanta sostanza. Nella prima avventura in bianconero, eredita il sistema da Conte e utilizzerà il 3-5-2 fino alla stagione 2016/17, come contenitore di talento: regia affidata a Pirlo, centrocampo dinamico ed estroso con Pogba, Marchisio e Vidal, mentre le fasce sono presidiate da Lichsteiner, Evra e Cuadrado. D’avanti, le coppie Morata-Tevez o Morata-Dybala.
Con il secondo mandato, cambiano interpreti e approccio: il baricentro si abbassa, la seconda punta si avvicina all’attaccante di ruolo lasciando la corsia (emblematico il caso Chiesa). Ne risente anche la prima punta, costretta ad un lavoro più di sacrificio, con tanto campo davanti e con lo sguardo quasi sempre verso la propria porta. Questo ci riporta ad uno dei punti di cardine del nostro discorso: vantaggi, ma anche punti deboli, perché i 3 centrali (specialmente se si chiamano Chiellini, Bonucci e Barzagli) garantiscono una cerniera difensiva invalicabile, ma l’abbassamento degli esterni (che diventano all’occorrenza dei difensori aggiunti) comporta un arretramento del baricentro della squadra.
In questo viaggio è inoltre impossibile bypassare la figura di Antonio Conte, che nella Juventus tra il 2011/12 e il 2013/14 ha posto le basi di un dominio decennale. Con lui, il 3-5-2 torna a recitare un ruolo da protagonista: interni di centrocampo dinamici, pressione sul portatore di palla e l’inizio della formazione della BBC, una delle difese più impenetrabili della storia. Infine, citiamo Simone Inzaghi e il suo periodo all’Inter, nel quale ha aggiunto elementi come la transizione offensiva (l’arma più letale) e il mix tra un gioco relazionale e a tutto campo. In questo, giocano un ruolo fondamentale l’alternanza tra la pressione sui riferimenti avversari e il blocco basso, e soprattutto la rapidità nell’innescare le punte.
Per concludere, possiamo affermare che il movimento italiano ha ormai individuato nel 3-5-2 (e nei suoi figli concettuali come il 3-4-2-1 o il 3-4-1-2) il proprio modello di riferimento. A livello internazionale invece, qual è la storia di questo sistema?
La paternità è da attribuire a Miroslav Blazevic: il tecnico della Dinamo Zagabria intuì che il sistema avrebbe messo in crisi le avversarie, condizionandone il modo di interpretare la partita. Nel suo 3-5-2, gli esterni avevano duplice funzione, accompagnavano la proposta quando c’era da attaccare e si abbassavano a protezione dell’area in situazione di vantaggio. Una chiave di lettura che ha resistito grazie ad alcuni allenatori fino ad oggi. Carlos Bilardo invece, contribuì a rendere popolare il modulo, utilizzandolo ai Mondiali 1986 con la sua Argentina, per esaltare il genio e l’estro di Maradona. Infine, l’ultimo grande risultato internazionale di Blazevic: quel terzo posto ai Mondiali 1998 alla guida della Croazia. Sono questi i primi segnali di efficacia di un sistema che oggi è destinato a plasmare il nostro movimento ancora per molti anni.
Luca Ottaviano