(Scopri la storia di Brian Clough, l’allenatore più carismatico e rivoluzionario del calcio inglese. Dal Derby County al Nottingham Forest, le sue imprese hanno cambiato per sempre la storia del pallone.)
Chi era Brian Clough: l’allenatore che ha cambiato il calcio inglese
“Non direi di essere il miglior allenatore al mondo, ma sono sicuramente nella top one.”
“Io potrei non avere sempre ragione, ma sono molto raramente in torto.”
Queste sono solo due delle celebri frasi di uno degli allenatori più influenti e determinanti del ventesimo secolo. Brian Clough era un personaggio atipico, irripetibile, capace di scrivere e riscrivere pagine di storia del calcio, compiendo imprese sportive riconducibili più all’utopia che alla realtà.
Un uomo schietto, senza peli sulla lingua, genitore di un calcio che non esiste più: un calcio romantico, dove il carisma di un uomo aveva lo stesso valore della tattica.
In un periodo in cui i grandi club storici del calcio inglese, come Liverpool e Manchester United, dominavano, Clough prese due squadre di provincia e le portò in vetta all’Inghilterra e all’Europa. E lo fece seguendo solo le sue regole: un’idea di calcio che anticipava il futuro, riducendo gli individualismi tipici del tempo e valorizzando la collettività del gioco.
Dalle origini al Derby County: la nascita di una leggenda
Dopo una più che discreta carriera da calciatore, passata tra le file del Middlesbrough e del Sunderland, Brian Clough iniziò ad allenare, senza troppo successo, l’Hartlepool United. La prima affermazione effettiva come allenatore, e i primi successi concreti, arrivarono però con il Derby County.
Quando assunse la guida tecnica del Derby, i “Rams” sprofondavano nelle retrovie della Second Division (categoria paragonabile alla Serie B italiana). In poco tempo, però, Clough impose le sue idee e portò la squadra di Derby nell’olimpo del calcio inglese. Nel giro di pochi anni arrivarono la promozione in First Division nel 1969 e la vittoria della First Division stessa nella stagione 1971-72. Il Derby County divenne così conosciuto in tutta Europa.
La fortunata parentesi di Derby durò poco. Nonostante fosse molto amato e venerato dai tifosi, i dirigenti del club trovavano Clough eccessivamente saccente e, a dir poco, scomodo. Le loro strade si separarono, ma è proprio da quell’esonero che nacque il mito.
Dal fallimento Leeds al miracolo Nottingham Forest
Clough non aveva padroni, e questo lo rese pericoloso. Parlava troppo, diceva ciò che pensava — sempre. Quando la dirigenza del Derby gli impose dei limiti, se ne andò. Quando il Leeds United lo chiamò, accettò per puro gusto della sfida. Scelse di allenare la squadra che aveva sempre disprezzato, ma durò solo ventiquattro giorni: ventiquattro giorni di attriti, insulti e incomprensioni.
Dopo la surreale parentesi di Leeds, Clough approdò al Nottingham Forest, dove scrisse le pagine più importanti della storia del club e della sua carriera. Nel giro di cinque anni, condusse l’anonima squadra di Nottingham a traguardi che sfidano ancora oggi ogni logica calcistica: la vittoria di due Coppe dei Campioni consecutive (1979 e 1980) e della First Division 1977-78, arricchendo così la bacheca del club inglese.
Un’impresa irripetibile per una squadra di provincia, costruita non sul denaro o sui grandi nomi, ma su una visione chiara e coerente. Clough aveva impregnato il suo calcio con pochi principi non negoziabili: organizzazione, disciplina e fiducia assoluta nei propri uomini. Pretendeva rigore tattico ma concedeva libertà mentale, alimentando nei giocatori una convinzione famelica nei propri mezzi. La sua personalità faceva il resto: trasformava professionisti ordinari in interpreti eccezionali di un progetto collettivo.
«Non serve alzare la voce per comandare» — affermava spesso — «serve sapere di avere ragione.»
Il retaggio di un genio sovversivo
Brian Clough è stato molte cose insieme: un innovatore capace di vedere il gioco prima degli altri, un provocatore instancabile, un romantico del calcio e, a tratti, un tiranno nel volerlo controllare. Ma, sopra ogni definizione, è stato vero.
In un’epoca come la nostra, in cui ogni frase è misurata e ogni gesto sembra architettato, la sua figura resta una bussola morale: si può vincere senza barattare la propria identità.
Clough non costruiva solo squadre — costruiva convinzione. E con quella convinzione riuscì a rendere possibile ciò che tutti davano per folle. Perché lui, prima di chiunque altro, ci aveva davvero creduto.