L’estate del 2006 rappresenta un momento cardine per il calcio italiano, un periodo in cui sentimenti opposti si sono intrecciati in modo violento. Da una parte, la gioia per la vittoria del Mondiale in Germania ha travolto il Paese portando milioni di italiani in piazza; dall’altra, l’ombra cupa di Calciopoli si allungava giorno dopo giorno sulla Serie A, spegnendo gli entusiasmi e lasciando spazio a una profonda amarezza.
Il “Sistema Moggi” e lo scandalo delle intercettazioniTutto esplode nel maggio 2006, quando la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche raccolte dalla Procura di Napoli svela un fitto intreccio di rapporti tra dirigenti di club e vertici arbitrali. Al centro della tempesta c’è la dirigenza della Juventus, in particolare il Direttore Generale Luciano Moggi e l’Amministratore Delegato Antonio Giraudo.L’accusa non verte tanto sulla compravendita di singole partite, quanto sulla creazione di una vera e propria“cupola” di potere. Un sistema capace di condizionare il campionato attraverso meccanismi occulti e contrari ai principi della lealtà sportiva, tra cui:
Designazioni arbitrali pilotate, ottenute grazie a contatti diretti con i designatori (Bergamo e Pairetto) per assicurarsi arbitri “graditi”.
Pressioni e condizionamenti esercitati sia sul mondo dell’informazione che sulle carriere degli arbitri stessi.
Un sistema di ammonizioni mirate, studiate per ottenere la squalifica dei giocatori chiave delle
squadre avversarie proprio alla vigilia dei big match.
L’allargamento delle indagini e i verdettiLe indagini si allargarono rapidamente, facendo emergere responsabilità – seppur con gradi diversi – non solo della Juventus, ma anche di Milan, Fiorentina, Lazio e Reggina. La giustizia sportiva, pressata dalla necessità di chiudere i processi in tempo per consegnare alla UEFA le squadre idonee alle coppe europee e far partire la nuova stagione, emise verdetti rapidissimi e pesanti:
Juventus: La pena più severa. Retrocessione in Serie B con 9 punti di penalizzazione (inizialmente30), revoca dello Scudetto 2004-2005 e non assegnazione di quello 2005-2006 (poi assegnato a tavolino all’Inter).
Milan: 30 punti di penalizzazione nel campionato 2005/06 (sufficienti per mantenere i preliminari diChampions, poi vinta) e 8 punti di penalizzazione in quello successivo.
Fiorentina: 15 punti di penalizzazione nel campionato successivo ed esclusione dalla Champions League.
Lazio: 3 punti di penalizzazione nel campionato successivo ed esclusione dalla Coppa UEFA.
Reggina: 11 punti di penalizzazione nel campionato successivo.
La disparità di trattamento e l’ombra della prescrizione
Se è innegabile che la Juventus fosse l’epicentro del sistema, la sproporzione tra la pena inflitta ai bianconeri e quella riservata alle altre squadre appare, col senno di poi, abissale. Mentre la rosa della Juventus veniva smantellata a seguito della retrocessione, il Milan ne usciva con una penalizzazione “chirurgica”, che non impedì ai rossoneri di vincere la Champions League nella stagione successiva. Il sospetto è che si sia scelto di sacrificare un colpevole eccellente per salvare la credibilità residua del movimento, evitando di affossare definitivamente il prodotto Serie A. Va ricordato infatti che la giustizia sportiva corre su binari diversi da quella ordinaria: la sua priorità è stata larapidità, non l’approfondimento assoluto. Solo nel 2011, difatti, la relazione del Procuratore Federale Stefano Palazzi fece emergere un quadro allarmante: anche l’Inter (a cui era stato assegnato lo Scudetto 2006) aveva intrattenuto rapporti con i designatori tali da poter configurare l’illecito sportivo. Per i nerazzurri, però, intervenne la prescrizione, aprendo una ferita ancora viva nella storia del calcio italiano: quella di uno scudetto assegnato a tavolino per motivi “etici” a una squadra che, se indagata con le stesse tempistiche delle altre, avrebbe rischiato sanzioni analoghe.
Le criticità del concetto di “Illecito Strutturato”Sul piano strettamente giuridico, la sentenza Calciopoli rappresenta ancora oggi un caso di studio, se non un vero e proprio unicum. La condanna della Juventus si basò infatti su una costruzione giuridica per certi versi inedita: quella dell’“illecito strutturato”. Nessun arbitro, infatti, fu mai condannato per aver alterato volontariamente un risultato specifico sul campo e mai emersero prove di flussi di denaro volti a comprare una gara. Per giustificare il verdetto, vennero presi in considerazione una lunga serie di comportamenti antisportivi (violazioni dell’Art. 1, che singolarmente avrebbero portato solo a multe o lievi penalizzazioni) e si stabilì che, considerati nel loro insieme, essi costituivano una violazione ben più grave: l’illecito sportivo (violazione dell’Art. 6).In sostanza, non si punì l’effettiva alterazione del tabellino di una partita, ma la capacità di condizionamento attraverso il metodo utilizzato e la creazione di un sistema di potere in grado di alterare la parità competitiva, prescindendo dal fatto che il risultato del campo fosse stato effettivamente manipolato o meno.
Luca Iannilli –