Se è vero che il calcio è lo specchio di una  nazione, il calcio italiano rispecchia perfettamente il momento politico economico e sopratutto sociale del paese. Il calcio internazionale della champions league va a velocità doppia rispetto a quello italiano che sembra rimasto incastrato in un loop di nostalgia e centinaia di scelte sbagliate. Se escludiamo la splendida parentesi di Euro 2020 — un trionfo di gruppo più che di sistema — la nostra Nazionale non incide seriamente a livello globale da ormai vent’anni. Il declino, però, non è stato un fulmine a ciel sereno.

Se torniamo al 2014,  un profetico Fabio Caressa, a seguito dell’eliminazione dell’Italia ai gironi del mondiali in Brasile, fece un celebre discorso in cui previde il declino del sistema calcistico italiano : “Se continuiamo così, rischiamo di non andare più ai Mondiali”. All’epoca sembrò un’esagerazione figlia del pessimismo, ma la storia recente ci ha presentato il conto con due mancate qualificazioni consecutive. Il sistema stava già scricchiolando, ma abbiamo preferito ignorare le crepe.

Uno dei problemi più radicati è la percezione dell’età. In Italia, definiamo “giovane” un calciatore di 21 o 22 anni (si pensi a casi come Antonio Vergara), parlandone come di una promessa che deve ancora sbocciare. All’estero, la prospettiva è ribaltata: in Spagna, Germania o Inghilterra, a quell’età sei già un giocatore fatto e finito. Un “giovane” vero è un sedicenne che esordisce nei big match. Noi, invece, preferiamo spedire i talenti nelle serie inferiori a “farsi le ossa”, convinti che magari una Serie C o una Serie D siano più formative di una sfida di alto livello, finendo solo per ritardarne la maturazione competitiva.

Diciamolo chiaramente: la tecnica individuale non è più una priorità. I centri sportivi, le piccole realtà fino ad arrivare alle grandi squadre, non sfornano più talenti dalla Tecnica squisita come Totti, Del Piero, Di Natale o Miccoli. Quei giocatori che davano del “tu” alla palla sono stati sostituiti da atleti funzionali a sistemi tattici rigidi. Nelle giovanili odierne, l’obiettivo si è spostato:

Per gli allenatori: Vincere subito per fare carriera e saltare il prima possibile su una panchina professionistica.

Per i club: Puntare sul fisico e sul risultato immediato piuttosto che sulla valorizzazione del talento puro e della tecnica.

In Italia il talento non è sparito del tutto, il talento esiste ma non viene coltivato adeguatamente e se continuiamo su questa strada il declino sarà totale.

Francesco Spina