COME VALUTARE IL REGOLAMENTO STATUS TRASFERIMENTI CALCIATORI IN UN’OTTICA DI RITORNO ALLE SOCIETA’ CHE COSTRUISCONO IL TALENTO
Uno dei provvedimenti che hanno profondamente segnato la storia del diritto sportivo è la Sentenza Bosman (1995), che prende il nome dal calciatore che fece causa alla società presso cui era tesserato, il Liegi, poiché nonostante fosse in scadenza di contratto, il club belga aveva richiesto alla squadra francese, presso cui il giocatore avrebbe dovuto trasferirsi, il pagamento di un indennizzo. A seguito dell’appello del calciatore alla Corte di Giustizia Europea, è stato sancito che nessuna associazione (federazione) potesse in alcun modo vincolare il trasferimento di un giocatore in scadenza di contratto con il pagamento di un indennizzo, o limitare il numero di giocatori provenienti da altri Stati membri dell’Unione Europea, generando così una distinzione fra stranieri ed extra-comunitari. Se da un lato questa sentenza ha portato prima all’eliminazione del parametro, poi allo svincolo del giocatore, conferendogli maggior potere, ed infine alla liberalizzazione del mercato, dall’altro ha dato avvio ad un periodo di crisi nel mondo del calcio, soprattutto per i club che fino a quel momento avevano investito sui loro settori giovanili, per costruire i talenti. Per dare un ritorno economico a queste società ed evitare eccessive perdite, sono stati emanati alcuni provvedimenti, poi sintetizzati nell’Accordo di Bruxelles (2001): fra questi emerge lo status trasferimenti calciatori, che regna sovrano in Europa e mondo, e che distingue tra dilettanti e professionisti, includendo nella definizione di quest’ultimi tutti coloro che, sotto contratto, ricevono un pagamento superiore al rimborso spese, scostandosi dunque dalla Legge 23 marzo 1981 (vigente in Italia), secondo cui il professionista è colui che svolge un’attività a titolo oneroso e in modo continuativo, in federazioni che abbiano distinto fra dilettanti e professionisti. Affinchè possa partecipare alle gare ufficiali, il giocatore professionista deve tesserarsi presso una federazione e una società ad essa affiliata, rispettando alcuni vincoli, fra cui la possibilità di associarsi per massimo tre società a stagione, ma giocare solo per due (a meno che la stagione sia trasversale), e può farlo in uno dei due periodi annuali stabiliti dalla Federazione nazionale, la quale è obbligata a fornire, per il trasferimento del calciatore, il suo passaporto sportivo, o CTI, all’interno del quale vengono indicate le squadre in cui ha militato, a partire dal dodicesimo anno d’età. E’ dunque un documento che viene allegato nel transfer, o certificato di trasferimento internazionale, necessario per il tesseramento presso nuova federazione, e nel quale vanno indicate eventuali sanzioni disciplinari a carico del giocatore, prima che abbia luogo il trasferimento. Altri controbilanciamenti alla sentenza Bosman sono poi la stabilità contrattuale e l’indennità di formazione, principi cardine dello status trasferimenti calciatori. Approfondiamo la prima. Secondo questo principio il contratto fra società e professionista va rispettato, e può cessare soltanto a condizione che sia in scadenza, risolto con previo accordo reciproco o per una giusta causa sportiva, dunque nel caso in cui il calciatore abbia giocato meno del 10% delle partite, per motivi a lui non imputabili. In una situazione di mancata osservanza della norma, e dunque di stabilità contrattuale violata, si incorre in una sanzione economica, quale remunerazione al giocatore o multa alla società, e in una sportiva, che si concretizza nel divieto di partecipazione alle manifestazioni ufficiali. A tal proposito ricordiamo due situazioni paradigmatiche di inosservanza della disposizione, ovvero il caso Webster, giocatore condannato al pagamento di 150 mila sterline come indennità per aver revocato autonomamente il contratto, risolto dunque in modo unilaterale e senza giusta causa sportiva , e il caso Matuzalem, giocatore che è stato sanzionato con il pagamento di 13 milioni di euro per aver risolto il contratto stipulato con lo Shaktar, trasferendosi per interessi economici, senza consenso, prima al Saragozza e poi alla Lazio. Passiamo ora all’indennità di formazione. Essa scatta nel momento in cui il giocatore firma il suo primo contratto da professionista e coincide con la somma che il club con il quale ha siglato l’accordo deve corrispondere (entro 30 giorni) alle società che hanno contribuito alla formazione dell’atleta, dai 12 ai 23 anni. L’importo è calcolato tenendo conto della categoria della squadra che gli ha formulato il contratto e del periodo di formazione di ogni società, dunque dell’età del giocatore al momento della formazione e della durata della stessa. Ad ogni categoria, assegnata dalla federazione a seconda degli investimenti sostenuti, corrisponde un determinato importo (90.000 euro – 60.000 euro – 30.000 euro- 10.000 euro), che non corrisponde solo all’investimento che è stato necessario per formare un giocatore in un anno, ma anche a quello fatto sull’intero gruppo, prendendo quel giocatore. Per evitare irragionevoli cifre, è stato pertanto stabilito che, le società che hanno formato il giocatore in età compresa tra i 12 e i 15 anni, sono calcolate come squadre di quarta categoria, e quindi beneficiarie di un importo pari a 10.000 euro a stagione. Per il trasferimento da una squadra di categoria inferiore a una superiore si fa una media dei costi di formazione tra le due, mentre viceversa il calcolo è basato sui costi di formazione della categoria inferiore. Nel caso in cui invece non sia stato possibile rintracciare, entro 18 mesi, una delle società aventi diritto all’indennità, essa viene ceduta alla federazione, per gli investimenti nelle attività giovanili. Un grande apporto alle società che hanno risentito della sentenza Bosman, è dato altresì dal contributo di solidarietà, o training compensation, ossia il premio che, le società che hanno formato il calciatore dai 12 ai 23 anni, ricevono quando il professionista, in corso di contratto, viene acquistato a titolo definitivo o ceduto in prestito oneroso a titolo temporaneo da un club di nazione diversa. Tale premio, che compare in ogni trasferimento, corrisponde al 5% del costo del trasferimento del giocatore e coincide con il montante da suddividere entro 30 giorni alle diverse società: a quelle che lo hanno formato dai 12 ai 15 anni spetta il 5% del montante, mentre a quelle che lo hanno formato dai 16 ai 23 il 10% del 5%. Un breve siparietto inerente a questa normativa, riguarda il trasferimento di Cristiano Ronaldo alla Juventus, per cui i Blancos, secondo le norme, avrebbero dovuto ricevere 100 milioni di euro per la cessione del portoghese, a cui sottrarre i 5 milioni relativi al contributo da versare a Nacinal Madeira, Sporting Lisbona e Manchester United; secondo gli accordi tra le due società però, sarebbero stati poi i bianconeri a farsi carico di questo costo. È bene pertanto ricordare che siamo sempre nell’ambito del diritto sportivo, nella sezione status trasferimenti calciatori, e che dunque, quanto sopra approfondito, ha validità sempre e solo per trasferimenti tra squadre di nazioni diverse (differentemente dalle Noif).
Possiamo dunque concludere che, se da un lato la Sentenza Bosman ha dato maggior libertà di movimento e potere decisionale ed economico ai calciatori, facilitato i trasferimenti tra i club europei e favorito la formazione di squadre multi-etniche e di alto livello, grazie alle più elevate possibilità di ingaggiare talenti, anche stranieri, regalando un calcio di grande spettacolo ai suoi appassionati, dall’altro ha aumentato il divario economico tra i club, favorendo quelli più ricchi, ha incrementato in generale i costi nel calcio, indebolendo ulteriormente i già poco tutelati vivai nazionali. Riusciranno le norme di controbilanciamento a dare un ritorno economico, che compensi effettivamente la Sentenza Bosman, e rinvigorire i settori giovanili?