Ci sono allenatori che insegnano schemi e tattiche, e poi ci sono uomini che insegnano mentalità.
Antonio Conte appartiene a questa seconda categoria: un leader capace di trasformare ogni squadra,
ma soprattutto ogni persona che lo segue.
Ho scelto di scrivere su Antonio Conte perché mi ha conquistato con la sua mentalità feroce, la sua
leadership autentica e la passione travolgente che riesce a far arrivare a ogni tifoso. Ogni suo
sguardo, ogni parola, ogni gesto in panchina racconta l’amore profondo per questo sport.
Nel suo ultimo libro, “Dare tutto, chiedere tutto”, Conte riassume perfettamente la sua visione del
lavoro e della vita quando scrive:
“Occorre dare prima di chiedere o, meglio, occorre dare per poter, dopo, essere legittimati a chiedere.
Essere esempi viventi. Odiare la sconfitta, sentirne il gusto amaro in bocca, il bruciore sulla pelle e il
non dormirci.”
Parole che racchiudono l’essenza del suo modo di intendere il calcio: guidare con l’esempio, vivere
ogni sfida con intensità e non accettare mai la mediocrità.
Conte rappresenta uno dei pensieri più leali che esistano non solo nel calcio, ma anche nella vita: la
convinzione che si possa arrivare in alto solo attraverso il lavoro, la fame e la piena consapevolezza
dei propri mezzi.
È l’immagine della meritocrazia vera, quella che non regala nulla, ma costruisce tutto passo dopo
passo.
E pochi rappresentano questo spirito meglio di Antonio Conte.
Un allenatore vincente, noto per la sua determinazione e per i risultati ottenuti in Italia e all’estero.
Ma prima di diventare uno dei tecnici più rispettati del calcio mondiale, è stato un calciatore che ha
raggiunto grandi traguardi non grazie a un talento naturale straordinario, ma grazie alla dedizione,
alla disciplina e al lavoro incessante che lo hanno portato a vincere numerosi trofei da calciatore ed
essere un leader per il popolo bianconero.
Il Conte che mi ispira però è il Conte allenatore capace di vincere sia in Italia che all’estero, un
allenatore capace di evolversi e di studiare nonostante i numerosi trofei. Un allenatore che ama la
sfida, uno di quelli che ama essere chiamato per apportare cambiamenti, capace di vincere e di lasciare
ai suoi successori squadre strutturate con mentalità forti e quindi dare la possibilità anche ad essi di
vincere trofei come successe nell’Inter e nella Juve. Dopo tanti successi la sfida più affascinante è
arrivata proprio a Napoli, secondo il mio parere, perché vedo due mondi che parlano la stessa lingua,
quella del cuore, della fatica e della voglia di vincere. E penso che senza questa forte unione lo scorso
anno non avrebbero conquistato il titolo. Insieme hanno scritto una storia fatta di sudore, appartenenza
e sogni.