Il gioco oltre il gol: Higuaín e l’evoluzione del centravanti
C’è un’immagine che racconta meglio di tante parole la carriera di Gonzalo Higuaín: l’abbraccio liberatorio a Maurizio Sarri dopo aver stabilito il record di 36 gol in Serie A nella stagione 2015-16.
In quell’attimo, il “Pipita” non è solo un goleador. È un giocatore che ha saputo reinventarsi, trasformando il suo ruolo da terminale offensivo a centravanti pensante, capace di orchestrare il gioco della squadra.
Nel calcio contemporaneo, l’attaccante non deve solo segnare: deve collegare il gioco, creare spazi e leggere in anticipo lo sviluppo dell’azione. Higuaín, forse senza saperlo, è stato uno dei primi a incarnare questa trasformazione tattica, evocando una figura storica del calcio argentino: Adolfo Pedernera, il cervello offensivo della Máquina del River Plate, colui che per primo mostrò come un numero 9 potesse ragionare da 10.
1. Dai sogni del River Plate alle luci del Bernabéu
Higuaín nasce calcisticamente nel River Plate, lo stesso club in cui, una settantina d’anni prima, giocava Pedernera.
Nel River debutta da giovanissimo, mostrando un istinto innato per il gol, ma anche una spiccata capacità di muoversi tra le linee e dialogare nello stretto.
Nel gennaio 2007 approda al Real Madrid, a soli 19 anni. È il passaggio da promessa a professionista in uno dei club più vincenti e prestigiosi del calcio europeo e mondiale. Lo spogliatoio è imponente: Roberto Carlos, Raúl, Van Nistelrooy, Beckham, Ronaldo “il Fenomeno” e un giovane Sergio Ramos. In un ambiente di stelle e gerarchie consolidate, il “Pipita” impara subito che non basta il talento per emergere: servono intelligenza calcistica, disciplina e capacità di leggere il gioco.
Nelle prime stagioni alterna panchina e momenti di gloria, ma apprende una lezione fondamentale: un attaccante moderno non può limitarsi alla finalizzazione. Deve partecipare alla costruzione, capire quando muoversi, liberare spazi e farsi trovare tra le linee. Questa consapevolezza diventerà la base della sua evoluzione tattica.
2. Napoli 2015-16: Higuaín nel cuore del gioco di Sarri
Il trasferimento al Napoli nel 2013 segna una svolta nella carriera. Durante il primo anno con Rafa Benítez alterna momenti di efficacia a fasi di adattamento.
L’arrivo di Maurizio Sarri nell’estate 2015 cambia tutto. Higuaín stava valutando altre opportunità, ma Sarri lo convince a restare, promettendogli un ruolo centrale nel progetto.
Sarri costruisce la squadra attorno a lui: un sistema fluido fatto di triangolazioni, movimento continuo e linee di passaggio che nascono dai piedi del centravanti. Higuaín diventa il cuore pulsante del gioco, non solo il terminale offensivo. Arretra, riceve, detta i tempi dell’azione, attira difensori e apre spazi soprattutto per Callejón e Insigne.
Il risultato è storico: 36 gol in Serie A, record assoluto che supera quello di Gunnar Nordahl del 1950. Il Napoli gioca uno dei calci più belli d’Europa, e Higuaín incarna perfettamente il nove che pensa come un dieci.
È anche un periodo di equilibrio psicologico: dopo anni a Madrid spesso sotto i riflettori per qualche errore decisivo, Higuaín ritrova fiducia, identità e un ambiente che lo valorizza. Tuttavia, la rottura con il Napoli nel 2016, dopo il passaggio alla Juventus, segna una ferita profonda, tanto per i tifosi quanto per il giocatore.
3. Juventus, Milan e Chelsea: trionfi, incomprensioni e il prezzo del successo
Alla Juventus Higuaín vive due stagioni di altissimo livello con Massimiliano Allegri (2016-2018):
Vince due Scudetti e due Coppe Italia.
Raggiunge la finale di Champions League 2017, persa contro il Real Madrid.
Sul piano tattico dimostra maturità e concretezza: meno tocchi superflui, più sacrificio e letture intelligenti. Si inserisce tra le linee, arretra per ricevere palla e dialoga con i compagni, diventando un attaccante completo.
Sul piano umano, il trasferimento pesa emotivamente: a Napoli viene percepito come un “traditore” e il legame con la piazza si spezza. La pressione mediatica e le aspettative della nuova tifoseria richiedono equilibrio e resilienza.
Nel luglio 2016 la Juventus attiva la clausola rescissoria di 90 milioni di euro, rendendo il suo trasferimento il più costoso nella storia del club e il più oneroso mai registrato in Italia fino a quel momento.
Dopo due stagioni vincenti arrivano periodi più complicati: esperienze meno brillanti al Milan e al Chelsea, dove fatica a ritrovare continuità e fiducia. Nel 2019 torna alla Juventus, ritrovando Sarri e una parziale serenità: non più protagonista assoluto, ma parte di un sistema equilibrato.
4. Higuaín e Pedernera: l’evoluzione del centravanti che pensa il gioco
Negli anni ’40, Adolfo Pedernera fu il cuore della Máquina, la squadra più spettacolare che l’Argentina avesse mai visto. Giocava da centravanti, ma in modo rivoluzionario: arretrava, creava spazi e guidava l’azione offensiva della squadra.
Higuaín, quasi settant’anni dopo, incarna la naturale evoluzione di quel modello. In un calcio più veloce e tattico, interpreta il ruolo con letture moderne, mantenendo lo stesso spirito di Pedernera: unire pensiero e concretezza.
Non si tratta solo di somiglianza tecnica o di provenienza dal River Plate: è una continuità di visione. Entrambi dimostrano che segnare non basta; per essere grandi bisogna saper leggere, costruire e guidare il gioco.
5. Fragilità e orgoglio: l’altra metà del Pipita
La carriera di Higuaín è segnata da momenti di luce e ombra. Le finali perse con l’Argentina — Mondiale 2014, Copa América 2015 e 2016 — lo hanno segnato profondamente. Le occasioni mancate, le critiche e la pressione hanno pesato sulla sua serenità.
Eppure, Higuaín ha sempre mostrato una forza mentale discreta ma autentica: la capacità di rimettersi in gioco, cambiare Paese, squadra e allenatore, adattandosi a nuovi contesti tattici e umani.
La sua ultima tappa negli Stati Uniti con l’Inter Miami gli restituisce serenità e leggerezza. Non è più il goleador da record, ma un uomo che gioca per piacere, consapevole di ciò che ha costruito e di quanto il calcio lo abbia trasformato. Il suo addio nel 2022 è un commiato umano prima ancora che sportivo.
6. Higuaín e l’impronta del numero 9 moderno
Oggi il numero 9 non è più solo un finalizzatore: deve partecipare alla costruzione, creare spazi e leggere la partita in anticipo. Gonzalo Higuaín ha incarnato questo ruolo prima che diventasse uno standard richiesto dagli allenatori moderni.
Con Sarri al Napoli e Allegri alla Juventus, arretrava per ricevere palla, si muoveva tra le linee, attirava difensori e apriva spazi per i compagni, unendo concretezza e visione di gioco.
Questo modello si ritrova oggi in attaccanti come Benzema, Harry Kane e Lautaro Martínez. Benzema, soprattutto nei primi anni con Cristiano Ronaldo, leggeva la partita e creava spazi pur restando terminale principale; Kane combina finalizzazione e partecipazione alla manovra; Lautaro Martínez unisce inserimenti verticali, rapidità e dialogo con i compagni in un sistema moderno.
Higuaín è stato un ponte tra due epoche: l’ultimo grande numero 9 “classico” e uno dei primi a interpretare il centravanti come regista offensivo. Ha dimostrato che segnare non basta; per essere influente, un attaccante deve far muovere la squadra, orchestrare il gioco e adattarsi alle esigenze tattiche, anticipando il modello dei centravanti moderni.
Higuaín, il centravanti che unisce gol e gioco
Gonzalo Higuaín ha incarnato il modello del centravanti completo, combinando finalizzazione, movimento tra le linee e capacità di collegare centrocampo e attacco. La sua carriera dimostra che il numero 9 moderno non può limitarsi ai gol: deve leggere la partita, creare spazi e guidare il gioco.
Il lascito del Pipita è un esempio chiaro per chiunque voglia comprendere il ruolo del centravanti nel calcio contemporaneo.