Negli ultimi 15 anni dinanzi alla mancanza di risultati si continua a ripetere che in Italia manchino i talenti. È un cliché troppo comodo. Un alibi dietro al quale un Paese, un popolo e una federazione si nascondono molto facilmente. Perché scaricare la colpa sugli altri senza auto esaminarsi è più semplice. Approfittare del cliché ed esercitare i propri interessi personali ed economici è più soddisfacente rispetto ad investire energie e risorse in un modo corretto e funzionale alla comunità.
Il mondo del calcio è sempre più legato al denaro e alle ambizioni personali ed è composto da persone e ambienti spesso tossici.
A partire dalle scuole calcio e dai settori giovanili, in cui dovrebbero esserci dei formatori, non degli allenatori che hanno il risultato e la propria carriera come obiettivo principale. I bambini e i ragazzi diventano subito succubi di questo sistema malato e avido, alimentato dall’ossessione per la vittoria e da genitori che vogliono veder prevalere i propri figli sugli altri bambini. Questi ultimi dovrebbero pensare solo a crescere e a divertirsi in un ambiente sano. Invece vanno al campo con la paura di sbagliare e addirittura assimilano i comportamenti tossici dei genitori, che con lo sport c’entrano ben poco.
Dinamica racchiusa anche nel brano “Tu mi piaci tanto”, con il quale Sayf si è classificato secondo all’ultimo Festival di Sanremo.
Citando il testo:
“Non temere, amore mio
Farò meglio per nostro figlio
Schiaccerò quelli degli altri
Così giocherà da solo”
Nell’ultimo periodo anche il calcio scandinavo sta schiacciando quello italiano. Nonostante molti si rifiutino di ammetterlo, o credono che sia solo un caso. In realtà esiste un motivo ben preciso. Il progresso.
Negli ultimi 5-10 anni i Paesi del Nord Europa hanno rivoluzionato l’approccio nei confronti dei bambini che praticano sport. E funziona.
Non si cerca il risultato sul breve periodo. Nessuno ha lo scopo di emergere sull’altro. Fino ai 13 anni non esistono classifiche. Non esiste la competizione e la sfida contro gli altri. L’unica sfida è con sé stessi, affinché il bambino possa migliorarsi divertendosi in un ambiente sano e consapevole, senza la paura di fallire.
Prima dei 13 anni i bambini praticano molti sport diversi, per sviluppare atletismo e coordinazione. Dopodiché si specializzano nel proprio sport preferito e vengono seguiti da professionisti competenti, attraverso un piano individuale, non un modello uguale per tutti. Prima atleti completi, poi calciatori. Il focus non è su chi è pronto oggi, ma su chi può diventare dominante domani. Il motto fin dall’inizio è: “Gioia nello sport per tutti”.
La parola chiave citata precedentemente, “progresso”, è uno dei problemi più grandi dell’Italia. Nel nostro Paese il modello scandinavo (ma non solo quello) è difficile anche solo da immaginare. Nel 2010 quando Roberto Baggio (uno dei più grandi calciatori della storia italiana e un Signore che tutto il mondo ha ammirato e ci ha invidiato) fu nominato presidente del Settore Tecnico della FIGC, presentò un piano di riforma di 900 pagine, scritto in prima persona e focalizzato su vivai, centri federali e scouting. Un vero e proprio tesoro. Ma il senso di superiorità, il ripudio verso il cambiamento e i conflitti di interesse tipici italiani, hanno portato alla mancata attuazione delle riforme. Così nel 2013 il Divin Codino diede le dimissioni e si distaccò definitivamente dalla classe dirigente del calcio italiano. Ancora oggi stiamo pagando le conseguenze delle decisioni passate.
Un altro nodo cruciale è la meritocrazia, che in Italia è un concetto astratto. Molte persone fanno strada solo grazie a raccomandazioni, soldi e public relations. A discapito di altri individui davvero competenti e meritevoli che non hanno le occasioni che gli spetterebbero. Non parlo solo di calciatori, ma di tutte le figure presenti nel mondo del calcio. Dai settori giovanili agli staff delle squadre di Serie A. Dai preparatori atletici ai direttori sportivi, passando per i match analyst e gli allenatori. Così chi ne ha l’occasione si trasferisce all’estero, dove trovano ambienti più sani e meritocratici, venendo finalmente apprezzati e valorizzati. Esempi lampanti tra i giovani calciatori italiani sono Luca Reggiani e Samuele Inacio, entrambi classe 2008 del Borussia Dortmund, con il quale hanno già esordito in Bundesliga. Il primo è stato impiegato anche da titolare nell’andata dei playoff di Champions League vinta 2-0 contro l’Atalanta. All’estero sono considerati il futuro del Dortmund e del calcio italiano. Penso anche a Nicolò Tresoldi, classe 2004 trasferitosi in Germania nel 2017. Non ha mai ricevuto una chiamata dall’Italia ed è stato naturalizzato tedesco nel 2022. Quest’anno è alla sua prima stagione con il Club Brugge, dove ha segnato già 9 reti nel campionato belga, oltre a 4 gol e 3 assist in Champions League. Burocraticamente è ancora convocabile dalla nazionale italiana, nonostante abbia fatto tutte le giovanili con quella tedesca. Lui stesso ha dichiarato di aspettare una chiamata, che per qualche mistero non è ancora arrivata.
I giovani che restano in Italia invece sono costretti a giocare nella seconda squadra del proprio club, in Lega Pro, o ad andare in prestito a giocare in Serie B per fare la gavetta. I calciatori stranieri sono sempre migliori, e soprattutto economicamente più convenienti. È tutto in mano ai procuratori. Gli stessi che per far giocare un ragazzo nelle giovanili di alto livello chiedono, insieme ai club stessi, decine di migliaia di euro alle famiglie, altrimenti il ragazzo non farà mai strada.
Eppure la narrazione continua a essere sempre la stessa: non abbiamo più talenti.
Forse il problema è che il sistema non è in grado di crearli, riconoscerli e valorizzarli.
Lorenzo Pivotto