CALCIO. Il MARKETING NEL CALCIO

Il marketing, ovvero quel processo sociale e manageriale volto a soddisfare bisogni ed esigenze

attraverso la creazione e lo scambio di prodotti e valori, trova nello sport, in particolare nel calcio,

una declinazione del tutto peculiare. Mentre in altri settori il consumatore acquista un bene per

utilità o necessità, nel marketing calcistico entrano in gioco anche dinamiche identitarie ed

emotive che rendono il tifoso un soggetto diverso dal cliente tradizionale. Il calcio non vende solo

un prodotto, ma un senso di appartenenza, un simbolo culturale e una passione condivisa.

All’interno di questo sistema, la sponsorizzazione sportiva ricopre un ruolo centrale. Lo sponsor

fornisce risorse economiche o materiali in cambio di visibilità, mentre lo sponsee (la squadra)

garantisce esposizione del marchio attraverso divise, materiali tecnici e spazi pubblicitari. Da qui

derivano categorie specifiche come lo sponsor tecnico, ovvero il partner che produce

abbigliamento e attrezzature necessarie allo svolgimento dell’attività agonistica. Nel caso dell’AS

Roma, il ruolo di sponsor tecnico è ricoperto da marchi come Adidas, mentre gli official partner

sono aziende che associano il proprio brand alla squadra attraverso accordi commerciali che

includono visibilità su divise, biglietti, pannelli pubblicitari a bordocampo e materiale tecnico. Tra

questi, la Roma ha collaborato negli anni con diversi brand del settore tecnologico, finanziario e

dei servizi, rafforzando la dimensione commerciale del club. A ciò si affianca l’attività di

merchandising, legata all’uso commerciale del brand e alla vendita di prodotti ufficiali, un mercato

fortemente influenzato dalle emozioni del tifoso e da “cicli stagionali” (come il picco natalizio).

Ciò che rende davvero unico il marketing calcistico è la struttura dei ricavi. In Italia, come in molti

campionati europei, le società generano fatturato da quattro aree principali: diritti televisivi,

sponsorizzazioni, ricavi da stadio e merchandising. Tra questi, i diritti televisivi rappresentano

la quota maggiore. La legge Melandri–Gentiloni (2008) ha introdotto la vendita collettiva dei diritti,

con l’obiettivo di ridurre il divario tra grandi e piccole squadre. Tuttavia, questo intento non si è

realizzato, sebbene le società minori ricevano più risorse rispetto al passato, tali fondi non

vengono investiti per migliorare competitività e infrastrutture, mantenendo invariato il gap con i

top club.

La gestione dei diritti televisivi evidenzia ulteriori differenze rispetto ad altri mercati. All’estero, la

competizione tra broadcaster, come quella nata nel Regno Unito tra BT e Sky, ha moltiplicato il

valore dei diritti, mentre in Italia la scarsa concorrenza limita la crescita economica del settore.

Inoltre, per lungo tempo i ricavi derivanti dai diritti non sono stati reinvestiti negli stadi ma destinati

principalmente agli ingaggi dei calciatori, contribuendo allo stallo strutturale degli impianti italiani

e allo spopolamento degli stadi, messi in concorrenza da una più comoda fruizione televisiva.

Inoltre il calcio sta affrontando una trasformazione dettata dalla tecnologia e dai nuovi consumi

digitali. I tifosi non si limitano a guardare la partita, ma interagiscono, commentano, condividono.

Il marketing calcistico deve quindi ripensare la fan experience, innovare gli stadi e offrire contenuti

sempre più coinvolgenti.

In conclusione, il marketing calcistico è diverso da tutti gli altri perché unisce emozione, identità,

mercato dei diritti televisivi, dinamiche politiche e regolamentari, fan engagement e business

multimiliardario. Nessun altro settore combina in modo così complesso tradizione, cultura

popolare e logiche economiche globali.

– Sharon Bartolotta

Sharon Bartolotta