Quella fu la storia, con la maiuscola.
In quel giaciglio della memoria sul quale sono adagiati i ricordi, non esistono paragoni ma le emozioni. Ottavio Bianchi, un uomo che con la maglia del Napoli aveva anche giocato anni addietro e lo portò dove nessuno c’era mai riuscito prima. Sulla vetta del Calcio Italiano. Lombardo di nascita, con un carattere che lo ha portato spesso ad avere rapporti non semplici con le personalità più forti dei suoi spogliatoi, ma non ha mai modificato il suo essere «direttore democratico» ovunque è andato. La sua squadra era caratterizzata da un forte legame con il territorio, grazie alla presenza del fuoriclasse argentino Diego Armando Maradona, era una squadra, che giocava con una prima punta il n. 9 Bruno Giordano e una seconda punta il n. 11 Andrea Carnevale, un libero che badava al sodo il n. 6 Alessandro Renica, il mediano n. 4 Salvatore Bagni, un tornante di destra il n. 8 Fernando De Napoli e un regista il n. 7 Francesco Romano, completavano la squadra un portiere atipico Claudio Garella e una difesa solida con Bruscolotti, Ferrara e Ferrario. Era un Napoli che impostava il suo gioco dal libero e si appoggiava tanto ai centrocampisti, esprimendo un calcio dove alcuni giocatori di grandissima classe erano al servizio del collettivo, con un gioco conservatore e aggressivo.
Erano undici supereroi che al popolo partenopeo facevano dimenticare quello che era il contesto politico e sociale che la città viveva in quegli anni. Dove emergeva la Nuova Camorra di Cutolo, che si presentava come fenomeno criminale e ideologico di massa, spaventando la società napoletana. Era anche il periodo del dopo
terremoto che aveva impoverito e limitato l’economia partenopea. Come se non bastasse, vi erano i movimenti giovanili e sociali che tentavano di ribellarsi alla situazione sociale e dare a Napoli e ai Napoletani una nuova identità.