Fuoriclasse e leader del Bayern Monaco e della nazionale tedesca, Joshua Walter Kimmich è da anni nel circolo esclusivo dei calciatori più iconici del calcio moderno, grazie ad intelligenza tattica, tecnica sublime e spirito di sacrificio quasi bellico. Ma dove trae origine lo spirito che ha portato Kimmich dalla piccola cittadina di Rottweil ad essere capitano della nazionale teutonica e della strapotenza calcistica di Baviera, rivoluzionando il concetto stesso di centrocampista?
Il peso del rifiuto e la “Kimmich Mentality”
Se ad oggi appare imprescindibile la presenza di Kimmich in più o meno ogni squadra del globo, la storia calcistica del talento tedesco ha il suo primo snodo da una bocciatura: la titolata accademia del VFB Stoccarda, che fra tanti negli ultimi anni ha lanciato talenti come Antonio Rüdiger, Sami Khedira e Mario Gomez, ritiene il diciottenne Joshua “troppo esile” per la prima squadra, e lo spedisce nel 2013 al RB Lipsia, militante nella terza divisione e agli albori del progetto Red Bull. Qui Kimmich, agendo prevalentemente nel cuore del centrocampo, trova continuità di rendimento e identità di calcio, favorendo la rapida ascesa del club sassone alla promozione reagendo con mentalità granitica al rifiuto subito.
Pep Guardiola: il klassiker del riscatto
Le prestazioni stellari del calciatore tedesco non faticano ad attirare presto interessi illustri: Pep Guardiola in persona, allenatore del Bayern Monaco nella stagione 2014/2015, ne visionò il talento in azione poco prima della pausa invernale, completandone l’acquisto nel gennaio 2015. È la svolta della carriera di Kimmich, la fiducia dimostrata dal visionario tecnico spagnolo mette in luce tutte le sue qualità, fino a renderlo pedina insostituibile dello scacchiere bavarese, in diverse posizioni del campo.
Proprio la sua duttilità ci regala uno dei momenti più iconici della sua carriera: Guardiola, in emergenza totale a seguito di svariati infortuni, schiera il tedesco al centro della difesa, il quale regala prestazioni sublimi come fosse un attore navigato del ruolo.
Al termine del Klassiker del 2016, in cui l’allora n. 32 del Bayern annulla uno straripante Aubameyang, il tecnico lo scuote, gridando al suo giocatore di aver di fronte uno dei migliori al mondo. È la celebrazione del guerriero di Rottweil in tutta la sua grandezza.
La consacrazione del 6 moderno e il ritorno a centrocampo
Complice il ritiro di un peso massimo come Philipp Lahm, negli anni successivi alla guida tecnica di Guardiola, il talento di Kimmich viene sempre più spesso declinato al ruolo di terzino destro, dove le prestazioni non convincono del tutto. È prima di Joachim Löw con la nazionale e poi di Niko Kovac con il club di Baviera, il merito di riportare Kimmich al centro del campo, nel ruolo di 6 atipico: protagonista della prima costruzione di gioco, per poi rendersi fulcro della manovra in posizione ibrida fra costruttori e rifinitori, spesso allargandosi anche sulla fascia o fornendo inserimenti.
Il ritratto del giocatore totale e il tributo dello “Special One”
Siamo di fronte alla celebrazione di un giocatore completo, sublimato da una tecnica individuale che ne impreziosisce il gesto tecnico che lo contraddistingue: consolidamento del possesso sul lato destro del campo, testa alta e lancio millimetrico per l’esterno opposto, o per il movimento in profondità degli attaccanti. Difatti, se la grandezza del giocatore è resa dai tempi di gioco, dai tocchi e dal posizionamento, basta dare un’occhiata alle statistiche per assist, passaggi progressivi e occasioni da goal create, per scoprire numeri da trequartista, tanto da giustificare la celebre citazione di Mourinho, ancor più clamorosa in quanto avversario del tedesco:
“I see him as a top right-back, left-back, centre-back, No.6, No.8, No.10… he has qualities to be anything! He’s intelligent & understands what he has to do here and what he has to do there. I think he’s phenomenal, absolutely phenomenal player”.