Ricardo Izecson dos Santos Leite, per i tifosi di tutto il mondo, semplicemente Kakà (Gama, 22 aprile 1982) è il mio giocatore per antonomasia. Aldilà delle pietre miliari del calcio mondiale, come un altro fuoriclasse brasiliano, celebre con il suo pseudonimo, Pelé (Edson Arantes do Nascimento) – mi divertono le analogie.
Si tratta di due geni provenienti dalla stessa terra, entrambi noti con un nome d’arte. Coincidenza? Mi piace immaginarlo. Scopri la storia di fede e passione di Kakà oltre il pallone d’oro, raccontata attraverso le emozioni della sottoscritta. Buona lettura!
UNA MILANISTA CRESCIUTA ALL’OMBRA DELLA DEA
La mia devozione per il Milan è un affare di famiglia, un’influenza paterna alimentata ogni domenica dai rituali della Gazzetta dello Sport e di Sportweek. Sono cresciuta con il Milan stellare di Ancelotti: Dida tra i pali, l’autorità di Paolo Maldini come capitano e la classe ineguagliabile di Kakà in campo.
Eppure, questa passione è bizzarra: io vivo a Bergamo, la città della Dea. Sebbene mia madre sia atalantina e i miei amici di infanzia siano diventati ultras della Curva Nord della New Balance Arena, il mio cuore ha sempre battuto per il Rossonero.
IL MIO MITO KAKÁ
Kakà è un ex centrocampista offensivo brasiliano, con cittadinanza italiana. Per me è stato un calciatore magico, il mio supereroe. Non a caso, nel 2007, quando avevo otto anni, egli vinse il Pallone d’Oro e il FIFA World Player. Ricordo ancora il giorno dopo la premiazione: chiesi a mio papà di comprarmi lo Sportweek con la sua foto in copertina.
Il suo arrivo al Milan (16 agosto 2003) fu accompagnato da parecchio scetticismo. “Un giocatore con un nome così, in Italia non può giocare” commentò Luciano Moggi, l’allora direttore generale della Juventus. “Oddio, abbiamo preso uno studente universitario. Benvenuto all’Erasmus” esclamò Carlo Ancelotti, quando lo vide per la prima volta. “Sfigato” disse Gennaro Gattuso al primo incontro.
Kakà venne prelevato dal San Paolo per 8,5 milioni di euro. Atterrò a Malpensa (MI) in un abito gessato blu, cravatta rossa, occhialino squadrato e faccia da bravo ragazzo. Un pesce fuor d’acqua. Puoi trovare le foto su Internet!
Una volta a Milanello, tutte le previsioni furono però smentite. Kakà lasciò tutti a bocca aperta. Con il pallone tra i piedi si dimostrò mostruoso. Tecnicamente era completo e letale: la sua progressione palla al piede lo rendeva un contropiedista eccellente; dribbling, tiro dalla distanza e passaggi chirurgici erano la sua segnatura. Io e papà a casa trattenevamo il fiato: ad ogni partita aspettavamo i suoi gol, i suoi rigori, o i suoi assist.
La carriera di Kakà è stata un susseguirsi di trionfi: dopo il San Paolo e il Milan (dove ha vissuto il suo periodo d’oro), ha giocato anche nel Real Madrid (2009-2013), prima di chiudere la sua carriera nell’Orlando City (2015-2017). Con la Seleção, la nazionale brasiliana, invece, ha partecipato a tre mondiali, vincendo quello del 2002.
LA PROFONDITÁ DEL GESTO DI KAKÁ DOPO OGNI RETE
Il dettaglio più profondo, che spesso passa inosservato, riguarda la fede di Kakà. Tutto risale all’ottobre del 2000, quando, sbagliando un tuffo in piscina, Kakà subì la frattura della sesta vertebra cervicale, sfiorando la paralisi. Il suo percorso professionale fu seriamente messo a rischio. Lui è tuttora convinto di essere stato graziato da Dio.
Da quel momento, dopo ogni rete, il suo gesto in campo era iconico: mentre la tifoseria lo acclamava, lui si ricordava di quell’incidente e alzava lo sguardo e le braccia al cielo. Questo mi ha sempre emozionato e fatto riflettere. Non era un’esultanza per la folla, ma un ricordo intimo e potente. Un’azione significativa che rende tutt’oggi la sua storia un inno alla resilienza e alla vita. Ti invito a cercare le repliche delle sue partite e a notare la profondità di quel comportamento.