La crisi dei talenti nel calcio italiano: origini, motivi, prospettive e possibili soluzioni

Per gran parte del XX secolo e dei primi anni 2000 l’Italia è stata una delle potenze del calcio mondiale, vincendo quattro campionati del mondo (1934, 1938, 1982 e 2006) e producendo generazioni di campioni; tuttavia negli ultimi anni il sistema calcistico italiano sta attraversando una fase di difficoltà, spesso definita come “crisi dei talenti”; non si tratta, a ben vedere, di un fenomeno improvviso, bensì del risultato di un processo complesso che affonda le radici in diversi fattori.

Tra le maggiori cause, possiamo sicuramente annoverare la progressiva riduzione della presenza di giovani italiani nelle squadre di vertice, con un loro impiego nei campionati recenti di Serie A che oggi non arriva nemmeno al 10% del minutaggio totale che, al contempo, mette in evidenza anche un problema di loro transizione verso il calcio professionistico

Ma stanno influenzando negativamente il calcio nostrano anche la mancanza di investimenti nella formazione, il sempre più discutibile sistema di allenamento adottato (sin dalle fascie di età più giovani) e la cultura dell’importanza del risultato.

Più precisamente, oggi i club italiani limitano molto gli investimenti nella formazione dei giovani, preferendo acquistare giocatori già formati all’estero, in ciò agevolati dalla globalizzazione del mercato; tuttavia, la libera circolazione ha portato ad un’aumento significativo dei calciatori stranieri che, in futuro, se non adeguatamente disciplinato, rischia di comprimere sempre più la crescita dei talenti nazionali.

Il sistema di allenamento italiano, inoltre, è spesso oggetto di critica, poiché troppo ancorato a rigidi schemi tattici anziché (come dovrebbe essere, soprattutto per i più piccoli) proiettato verso lo sviluppo della tecnica individuale; i giovani giocatori italiani sono spesso costretti a seguire schemi di gioco prestabiliti, senza avere la libertà di esprimere la loro creatività; su tale aspetto si inseriscono, altre criticità, come il numero limitato di allenatori altamente qualificati nei settori giovanili ed una selezione basata più su caratteristiche fisiche che su qualità tecniche, che tende a privilegiare ragazzi già sviluppati fisicamente, rischiando di escludere giovani con talento tecnico ma maturazione più lenta. 

Non può, poi, trascurarsi il dato costituito dall’eccessiva attenzione che oggi viene riservata ai risultati, già dalle categorie giovanili; l’esigenza di ottenere un’risultato immediato ha, senza dubbio, portato a una eccessiva pressione sui giovani giocatori, che spesso si sentono costretti a ottenere risultati, anziché concentrarsi sulla loro formazione.

Un’altra causa rilevante è rappresentata dalla scarsa qualità nelle infrastrutture, in quanto molti centri sportivi e strutture di allenamento italiane sono assolutamenti inadeguati, soprattutto se confrontati con gli standard raggiunti in altri Paesi europei; negli ultimi anni, infatti, i club nostrani,  hanno spesso considerato il settore giovanile come un costo e non come un investimento, destinandovi risorse limitate; in Francia, Germania e Spagna hanno, invece, costruito negli ultimi decenni accademie moderne e programmi di formazione avanzati.

Sulla produzione di talenti, infine, hanno inciso i cambiamenti sociali, poiché negli ultimi decenni, da un lato, è diminuito il numero di giovani nella popolazione italiana, e, dall’altro i ragazzi praticano sempre più sport diversi dal calcio o attività digitali; inoltre è quasi del tutto venuto meno il calcio praticato nelle strade o nei cortili, vale a dire in quei luoghi in cui, in Italia e per molte generazioni, si sono sviluppate naturalmente creatività e tecnica.

La perdità di competitività del nostro calcio ha prodotto e produce tuttora conseguenze importanti; oltre a quelle più clamorose delle due mancate -e consecutive- qualificazioni della nostra nazionale alle più recenti edizioni della competizione iridata (quelle del 2018 e del 2022), le difficoltà nel produrre nuovi campioni riduce il ricambio generazionale, porta ad un’eccessiva dipendenza dal mercato internazionale, oltre che alla cancellazione dello stile e della tradizione calcistica; ed ha un  grande impatto economico, visto che la difficoltà a formare talenti internamente, impedisce di generare ricavi tramite trasferimenti, e conseguentemente, riduce questa fonte di entrate.

Nonostante le difficoltà il calcio italiano possiede, tuttavia, ancora un grande potenziale, visto che ad oggi il numero di giovani tesserati rimane molto elevato, ed alcune squadre stanno sperimentando nuovi modelli di sviluppo, come le seconde squadre nei campionati professionistici, che permettono ai giovani di acquisire esperienza.

Appare, dunque, indispensabile, al fine di superare la crisi dei talenti intervenire su più fronti; da un maggiore investimento nei settori giovanili, con conseguenti maggiori risorse per attività di scouting,  formazione degli allenatori, formazione tecnica ed infrastrutture, ad incentivi economici o regolamenti che favoriscano l’impiego dei calciatori Under-21 nei campionati professionistici, all’organizzazione di un percorso graduale che accompagna i giovani verso il professionismo.

Tutto ciò, potrebbe consentire all’Italia di recuperare quel ruolo di protagonista nel calcio internazionale che le si addice.

Giancarlo De Girolamo