All’occhio di gran parte dell’opinione pubblica, l’Italia calcistica sembra essere in una strana versione del flim “Space Jam”, in cui gli alieni, invece di rubare il talento ai più grandi cestisti del mondo, lo hanno in qualche modo sottratto al nostro movimento. Eppure, il tema ha delle radici culturali molto più profonde, che hanno portato all’interruzione quasi improvvisa della linea di successione in cui scorreva calcio, qualità e talento. Non si passa da Totti a Baldanzi nello spazio di un mattino, e soprattutto ragionare per estremi devitalizza la discussione.
Se è vero da un lato che l’Italia ha perso status e qualità, il rovescio della medaglia ci racconta di un sistema che ostacola in ogni modo la crescita dei giovani, relegandoli ai margini. A supporto di questa tesi, ci sono varie statistiche: un’indagine del CIES rivela come l’Atalanta sia il club italiano con il maggior numero di giocatori formati (tra i 15 e i 21 anni di età) che hanno poi esordito nei top 5 campionati europei, nell’arco temporale tra il 2021 e il 2026. Sono 39 i talenti “made in Zingonia” che hanno calcato palcoscenici importanti; ma il numero diventa sempre più piccolo se rapportato al PSG (67), al Barcellona (81) o al Real Madrid (85), regine d’Europa molto attente al talento prodotto nel proprio settore giovanile.
In sostanza, qualcosa si rompe nel processo di transizione dal vivaio alla prima squadra. Un altro dato interessante, che ci permette di tradurre l’impiego dei giovani in opportunità reali, è il minutaggio concesso agli U21. Nel 24/25, la prima italiana era la Juventus (quindicesima nella graduatoria europea) con il 18%, mentre Inter e Napoli registravano uno spaventoso 0%, le uniche due tra tutte le 96 squadre analizzate dal sondaggio. Il problema dunque, non è soltanto di una flessione in negativo nella qualità del nostro calcio, ma di una serie di limiti culturali che fanno una spietata “selezione all’ingresso”, tenendo fuori potenziali profili interessanti solo a causa di un pregiudizio legato alla carta d’identità.
Tradotto in poche e semplici parole: siamo ancora degli ottimi formatori, ma non sappiamo più (o meglio, non vogliamo più) investire tempo e coraggio nella scelta forte, perfino divisiva o scomoda, di puntare sui nostri giovani talenti.
Luca Ottaviano