LA CRISI DI TALENTI NEL CALCIO ITALIANO

Siamo giunti ad un epilogo storico per il calcio italiano, che chiaramente non può non trattarsi di un record a dir poco negativo. 

Ci troviamo di nuovo davanti a un bivio senza precedenti, la fase playoff per le qualificazioni ai Mondiali di calcio maschili. E non siamo nemmeno così sicuri di riuscire ad arrivare in fondo, ad arrivare a questa ormai così tanto ambita competizione alla quale siamo assenti da ben 12 anni, un numero così incredibile quanto assurdo, basti solo pensare che esattamente 20 anni fa eravamo sul tetto del mondo. 

E la domanda che più sorge spontanea dopo questo dato é: come siamo passati dal vincere il mondiale ad addirittura non prenderne parte per ben 2 edizioni consecutive e forse anche 3?

Allora qui tirare delle valutazioni potrebbe essere piuttosto difficile, ma dati alla mano nell’ormai lontano 2006 vinciamo il mondiale con una squadra adulta, una squadra di uomini che si trovavano quasi nel rush finale della loro carriera, tutti intorno ai 30 anni, pochi giovani di spicco e tanta qualità ma soprattutto tanta italianità che scorreva nelle loro vene. Dopo quella vittoria l’unica cosa da fare era cominciare a rifondare, a sfornare ancora una volta quei talenti che ci hanno portato sul tetto del mondo, più di tutte le altre nazioni, nessuno ha mai vinto più di noi, alla pari con il Brasile. Siamo sempre stati il paese da temere, la squadra da battere, come è possibile che siamo arrivati fino a qui? 

Il calcio è cambiato, si è evoluto, in meglio, in peggio, questo non sta a noi deciderlo, perché come tutte le altre cose, il tempo scorre e anche il calcio è fatto di tempo, di sviluppo, di epoche differenti. Il nostro calcio invece, quello italiano, è ancora un po’ fermo. Ma perché questo? 

Non c’è tanto da dire, quanto ci sia più da osservare. Basta fare un giro in piccole realtà come scuole calcio di provincia o academy di un certo livello o addirittura settori giovanili di squadre professionistiche, e anche un non esperto di calcio sarebbe capace di percepire che c’è qualcosa che non va, a partire dagli educatori/istruttori (non allenatori) che prediligono a ragazzini di nemmeno 8 anni il posizionamento in campo, la tattica, quello alto fa il difensore quello piccolino sull’esterno, ma è davvero giusto tutto ciò? Non basta semplicemente tirare un pallone in campo e dire ‘divertitevi’? Del resto è proprio così che siamo diventati campioni del mondo, con ragazzini presi dalla strada, un bagaglio tecnico più che elevato e un senso di italianità non indifferente. 

Ripopoliamo le strade, facciamo divertire questi giovani, il calcio è svago, è passione, è divertimento, poi magari un giorno potrà diventare un lavoro, cerchiamo di far capire ai genitori che non hanno i vari Messi e Ronaldo in casa, facciamo capire loro che forse 1 su 10.000 potrà essere diventare un professionista, proviamo a togliere questa pressione che gira sulle loro vite e soprattutto puntiamo sugli italiani, prendiamoci rischi e responsabilità di lanciare i giovani, forse solo così potremo un giorno gettare le basi per riportarci dove meritiamo di stare, sul tetto del mondo. 

Gaetano De Rosa, Università del Calcio.