Un viaggio tra grandezza e vulnerabilità nel mito di Ronaldo
Fenomeno: persona, animale o cosa dotata di qualità o caratteristiche fuori dal comune. Questa è la definizione più naturale accostata a Luís Nazário de Lima, conosciuto semplicemente come Ronaldo. Per molti potrebbe risultare quasi un’iperbole o un eccesso di magnificenza verso un normale giocatore di pallone ma la realtà è che chi lo ha vissuto, dentro e fuori dal campo, non ha trovato parole migliori per descriverlo. Negli anni Duemila, O Fenômeno, rappresentava la novità, l’evoluzione di un gioco dominato da forza e velocità ma anche da leggerezza e tanta qualità; il ragazzino dal sorriso timido generava emozioni, meraviglia, incredulità, terrore, ogni volta che prendeva palla c’era sempre nell’aria la sensazione che qualcosa sarebbe capitato.
Il ragazzo più veloce del destino
Nato nelle periferie di Rio de Janeiro, Ronaldo attraversa la città per raggiungere i campi di Belo Horizonte, nel Cruzeiro, con cui ottiene i primi successi della sua carriera. Nel 1994 passa al PSV Eindhoven e mette in mostra il suo talento in Europa: dietro di sé lascia una scia di stupore ogni volta che parte in velocità, quasi consapevole della ferocia che lo rende indomabile, tanto da guadagnarsi la chiamata del Barcellona nell’estate del 1996, non ancora ventenne. Sembrava che reinventasse calcio, qualcosa per cui valesse davvero la pena andare allo stadio, perché nessuno si avvicinava minimamente alla semplicità con cui eseguiva ogni cosa, che fosse un dribbling, un controllo o un’accelerazione palla al piede. Era come assistere ad un’opera d’arte in movimento.
Il filo si spezza, l’acrobata cade
Nel 1997 approda nel campionato più competitivo dell’epoca, ovvero la Serie A italiana, e nonostante ciò rimane comunque superiore a chiunque. Indossa la maglia dell’Inter ma sotto la divisa sembra celare un’altra veste, compatibile con quella di un supereroe mai visto prima: è così che nacque il mito del Fenomeno, un giocatore diverso da tutti, temuto da tutti, capace di unire potere fisico e finezza, abilità e indole, poesia e risolutezza. Sembra essere tutto perfetto ma come in molte altre storie, anche il supereroe ad un certo punto crolla: 12 aprile 2000, finale d’andata di Coppa Italia, Lazio-Inter, ventesimo minuto del secondo tempo. Entrato da poco e dopo mesi di infortunio il brasiliano azzarda una finta, tocca palla ma non ha appoggio al terreno; il ginocchio cede e l’Olimpico di Roma sembra essere gelato dall’urlo di sofferenza del nerazzurro. Il dolore sembra essere collettivo, un colpo al cuore per tutti gli amanti del calcio, che da quell’istante in poi, forse capirono che anche il campione era umano.
La rinascita
Dopo più di un anno e mezzo di paura e allenamenti solitari il 9 dicembre 2001, in Brescia-Inter, Ronnie torna al gol. Ma perché tornare dopo così tanta agonia? Perché non fermarsi? Titoli e gol di certo non mancavano nel palmares del fenomeno, ma probabilmente si sentiva in debito di qualcosa. Ha l’occasione di riscattarsi con l’Inter il 5 maggio 2002, contro la Lazio, partita valevole per lo scudetto: questa volta le lacrime all’Olimpico non sono causate da un male fisico ma morale, risultato a parte, il brasiliano torna con qualcosa di diverso, sembra più “normale”, più consapevole di non essere come prima. Il mondo, però, continua ad osservarlo con una certa luce negli occhi, perché di lì a breve si sarebbe disputato il mondiale nippo-coreano e il suo Brasile lo aspetta come un bambino aspetta la madre di ritorno da lavoro.
Il ritorno all’eternità
30 giugno 2002, Yokohama, Brasile-Germania, finale mondiale: Ronaldo segna una doppietta e consacra il Brasile campione del mondo. Tornò come se il tempo non fosse passato, con il suo solito sorriso che ha mascherato gli anni bui trascorsi, con un taglio di capelli alquanto rivedibile e con ben otto gol nella competizione, egli portava con sé la leggerezza di chi ha conosciuto il peso della sconfitta, di chi ha toccato il fondo e ha avuto il coraggio di risalire ma soprattutto la gioia di un bambino negli occhi ad ogni gol segnato, quasi a ricordarci quanto sia bello questo sport.
La leggenda oltre il gol
Post-mondiale approda al Real Madrid, dove segna 23 gol e vince il campionato dopo un percorso splendente. Negli anni a venire vestirà le maglie di Milan e Corinthians, ma ormai la sua leggenda sembra scritta: i gol non contano più, era il modo in cui li viveva che teneva ancora gli occhi della gente sullo schermo, niente arroganza, solo un fuoriclasse che non aveva dimenticato le proprie origini, le ginocchia distrutte, i chili di troppo e le critiche. Tutto ciò che per altri sarebbe stato una macchia, per lui divenne parte del mito ed è proprio per questo che è impossibile dimenticare un giocatore di questo calibro, capace di collezionare più emozioni che gol, ricordando alla gente che anche i fenomeni possono cadere ma i veri campioni sanno sempre rialzarsi.
Obrigado fenômeno
Oggi, nel calcio dei social e delle statistiche, è difficile spiegare ai più giovani cosa significasse guardare Ronaldo; al contrario, credo che qualsiasi bambino vissuto agli inizi degli anni 2000 abbia iniziato a giocare a calcio anche grazie a lui. Questo perché era e sarà sempre un grande di questo sport, perché alla fine dei conti anche il fenomeno aveva dimostrato di essere umano, di non essere perfetto, ma di diventare eterno soprattutto grazie al coraggio che chiunque può tirar fuori per andare avanti quando la vita ti butta a terra.