In una notte di luglio, nel deserto del Nevada, un folle predicatore parlò di fútbol popular e il mondo stette ad ascoltare. E in questo contesto tutto apparve profondamente sbagliato, tragicamente ingiusto, proprio come quel pezzo mancane del puzzle che, una volta trovato, non s’incastra alla perfezione nell’equilibrio corale regnante sul tavolo. Marcelo Bielsa rappresenta proprio quell’irregolarità tanto detestata perché a prima vista inutile, superflua, ma che poi comprendi, e alla fine finisci per amare. Può apparire, dunque, davvero incomprensibile ritrovare Bielsa, uomo da sempre restio al clamore mediatico e alle interviste-propaganda, proprio in una sede così sfacciatamente perversa e stridente col suo messaggio, ovvero Las Vegas. Bielsa, così, in questo contesto, ha la possibilità di ribadire un concetto programmatico, ovvero el fútbol es propriedad popular. Ecco dunque l’elemento al di fuori del contesto, l’elemento stridente con la luminosa Las Vegas, luogo del quarto di finale dell’ultima edizione di Copa America. Il calcio è, e deve rimanere, nella facoltà del popolo, della gente che ama senza poter amare fino in fondo per via dei costi proibitivi. E il concetto di calcio orizzontale diventa profondamente evocativo perché utile a rilanciare quell’accessibilità ormai perduta in favore della verticalità, del calcio dei pochi, del calcio delle istituzioni internazionali, del calcio sucio. E così, ciò che avrebbe dovuto essere una mera cornice rispetto alla partita, diventa il dipinto, il soggetto principale, un dipinto distruttivo, uno squarcio sulla tela stessa. A questo punto la domanda è lecita: ma com’è andato a finire questo quarto di finale? Un italianissimo 0-0 tra Uruguay e Brasile, conclusosi solamente ai tiri di rigore che sorridono alla Celeste.
Dunque, vittoria. Concetto davvero bizzarro, quasi inafferrabile. Tutti vogliono vincere, chiaro, ma cos’è la vittoria? Esiste una vittoria giusta ed una sbagliata? Questo sembra essere il vero terreno di scontro della modernità, il tema cruciale del calcio italiano che divide i 59 milioni di allenatori in conservatori, risultatisti, progressisti, europei ed infine illusi giochisti. La realtà dunque appare divisa in fazioni che non dialogano, ognuno è custode della propria verità assoluta. E ciò deriva dall’incomprensione del messaggio che il proprio allenatore prediletto porta, come se ci fosse un costante scontro dialettico tra Massimiliano Allegri e Marcelo Bielsa. Ma questi interpreti sono davvero così distanti? Davvero il livornese predica la mera vittoria e il rosarino persegue l’inutile estetica? Usciamo da questo equivoco, ogni allenatore cerca la sua vittoria, nessuno vuole perdere, tuttavia la differenza la fa il percorso, la via della vittoria. Bielsa parla, allora, di vittoria meritata. Il merito al centro del calcio. La vittoria va ricercata nel lavoro quotidiano, metodico, accurato, ossessivo fino alla fine. E se non basta? Non permettete che la sconfitta annienti la vostra autostima. Bielsa nella sua massima purezza ideologica. Il suo è un messaggio forte, la sconfitta è un’eventualità, esiste, colpisce, e tuttavia diventa forza salvifica per l’anima. La sconfitta, pur essendo una forza negativa, illumina il giusto percorso perché mette in discussione l’operato, evidenziandone i difetti, mentre la vittoria, specie quella “sporca”, illumina solo il risultato, lasciando nel cono d’ombra soprattutto i difetti. E il percorso di Bielsa è rilevante proprio perché perdente. Probabilmente il più importante dei perdenti come lecitamente fanno notare i risultatisti. Tre campionati argentini nel 1990 e nel 1992 con il Newell’s prima, col Velez nel 1998 poi, una medaglia d’oro olimpica con l’Argentina nel 2004 ed infine la storica cavalcata trionfale fino alla promozione in Premier League con il Leeds nel 2020. Bacheca vuota hinchas in delirio. La grandezza di Bielsa è racchiusa nel “nonostante”. Così si spiega la stima degli argentini nonostante l’eliminazione ai gironi nel mondiale del 2002, la devozione basca nonostante il doppio 3-0 subito nel giro di due settimane prima in finale di Europa League contro l’Atletico, poi in finale di Coppa del Re contro il Barcellona, ed infine il trasporto emotivo del caldissimo popolo di Marsiglia nonostante il sogno sfumato di ritornare a vincere la Ligue 1. Oltre i “nonostante” c’è Bielsa.
Ora è atteso alla sfida più grande, l’imminente Mondiale nordamericano. Un generale nel suo labirinto, proprio come Simon Bolívar nel romanzo di Gabriel Garcia Márquez. Ma in questo caso non c’è la solitudine del potere, c’è un condottiero con il suo popolo charrúa, non alle sue spalle, ma di fianco, pronti, insieme, per suonare, per l’ultima volta i tamburi del candombe, l’eco di una rivoluzione.
La gloria non è ancora stanca.