Verso la fine degli anni ottanta il gioco del calcio venne (prima in Italia e poi in Europa) interessato da una vera e propria rivoluzione culturale; tutto ebbe inizio nell’estate del 1987, quando sulla panchina del Milan di Silvio Berlusconi arrivò un quasi sconosciuto allenatore emiliano, Arrigo Sacchi (detto il “Profeta di Fusignano”) che, nella precedente stagione 1986/87, da allenatore del Parma in Serie B, ebbe il grande merito di eliminare dalla Coppa Italia proprio il Milan allora guidato da Nils Liedholm.
Il Presidente Berlusconi, infatti, al fine di realizzare il proprio progetto di una squadra vincente ed allo stesso tempo spettacolare decise (tra la diffidenza di tanti addetti ai lavori) di affidarne la gestione tecnica a quell’allenatore che, mesi prima, lo aveva letteralmente folgorato con il sistema di gioco costruito con il suo Parma, contraddistinto da pressing alto, possesso palla e marcatura a zona; ed, in tale ottica, impostò la campagna acquisti rossonera dell’estate 1987, che si concluse con l’arrivo, tra gli altri, del centrocampista Angelo Colombo dall’Udinese, del centrocampista della Roma Ancelotti, ma soprattutto di due straordinari (per forza fisica e qualità tecnica) giocatori olandesi: Ruud Gullit dal Psv Haindoven (poi Pallone d’oro 1987) ed il giovane Marco Van Basten dall’Aiax.
Tuttavia, l’inizio della stagione 1987/88 del Milan fu tutt’altro che entusiasmante; per via, infatti, di allenamenti molto intensi, sia dal punto di vista fisico che mentale, in quanto caratterizzati da lunghe e faticose sedute di allenamento accompagnate da una ripetizione quasi ossessiva di fasi e schemi di gioco, i giocatori impiegarono quasi 5 mesi per assimilare il credo tattico del loro mister; tanto è vero che, nell’autunno del 1987, la prematura eliminazione dalla Coppa Uefa da parte dell’Espanol ed un ritmo in campionato a corrente alternata, misero a serio rischio la parmanenza in panchina di Sacchi, duramente criticato da stampa e tifosi, che ne pronosticarono l’esonero anche prima di Natale.
Fortunatamente, con l’inizio del nuovo anno, le cose cambiarono ed il Milan arrivò ad esprimere una tale quantità e qualità di gioco che le consentì di avviare una straordinaria rimonta in campionato ai danni dei campioni di Italia del Napoli, guidati da Diego Armando Maradona.
In particolare, la filosofia di gioco espressa da quel Milan si fondava sul gioco di squadra, sulla forza del collettivo; principi che, sul campo si tramutavano in un determinato modulo, il 4-4-2, con una difesa in linea molto alta, abilissima nel coprire gli spazi (cosidetta marcatura a zona) e nel chiamare il fuorigioco, con un centrocampo a rombo e con una distanza tra i reparti di massimo di 25-30 metri; tale impostazione consenti alla squadra di mantenere una struttura solida e compatta, riducendo gli spazi per gli avversari e facilitando il pressing alto, al fine di velocizzare quanto più possibile il recupero palla ed ottenere così il controllo totale del ritmo partita; ne conseguì un sistema di gioco fluido e dinamico basato sulla velocità nel passaggio dalla fase difensiva a quella offensiva nonché sulla precisione, in cui sia gli scambi rapidi, sia le sovrapposizioni ed i movimenti coordinati e senza palla di tutti i giocatori (finalizzati a creare almeno 3/4 opzioni di passaggio per il portatore di palla), divennero elementi cruciali.
Il capitano e regista della difesa Franco Baresi, i due terzini fluidificanti Paolo Maldini e Mauro Tassotti, Carlo Ancelotti (reinventato mediano e perfetto equilibratore tra i reparti), Roberto Donadoni (ala vecchio stile con un’ottima capacità di saltare l’uomo e di creare superiorità numerica) e Pietro Paolo Virdis (attaccante dalle reti decisive), i giocatori protagonisti di quella eccezionale cavalcata, che raggiunse il punto più alto proprio nel doppio confronto con il Napoli capolista; nel match di andata a San Siro, infatti (dopo il loro iniziale vantaggio con Careca), i partenopei vennero travolti dalle quattro reti di Colombo, Virdis, Gullit e Donadoni; mentre, nell’indimenticabile sfida di ritorno del 1° maggio 1988, i rossoneri imponendosi per 3- 2, effettuarono il definitivo sorpasso in classifica gli avrebbe portati alla conquista del tricolore. Quello scudetto, insieme alla Supercoppa Italiana vinta contro la Sampdoria segno l’inizio di un ciclo che, nel giro di due anni (1989 e 1990), portò il Milan a conquistare 2 Coppe dei Campioni (ai danni prima dello Steaua di Bucarest e poi del Benfica), 2 Supercoppe Europee (contro Barcellona e Sampdoria) e due Coppe Intercontinentali (nel 1989 contro il National de Medellin, e nel 1990 contro l’Olimpia Asuncion). Contribuirono a tale ulteriore affermazione in ambito internazionale, sia l’arrivo del centrocampista olandese Frank Richard, rivelatosi fondamentale pedina per via della sua adattabilità in più ruoli e della grande capacità di inserimento, sia il pieno recupero del centravanti Marco Van Basten, giocatore potente, veloce molto tecnico, che, tra il 1989 ed il 1992, vinse due volte la classifica marcatori e tre volte il pallone d’oro. Memorabili, poi, nell’edizione della Coppa Campioni 1988/89, furono le stide in semifinale con il Real Madrid (fermato sull’1-1 nell’andata al Bernabeu e demolito da un roboante 5-0 nel ritorno a San Siro) e la finale al Camp Nou di Barcellona, teatro della schiacciante affermazione degli uomini di Sacchi, per 4-0, sui malcapitati rumeni dello Steaua di Bucarest.
Alla fine degli anni ottanta, pertanto, non vi era più un solo appassionato di calcio che non avesse conosciuto le gesta del magnifico collettivo costruito dal Profeta di Fusignano; non solo una squadra di successo, ma una squadra nata per dominare e non per reagire, che, con il sistema di calcio proposto (fatto di pressing alto,
difesa a zona e gioco collettivo) ha realizzato un vero e proprio movimento rivoluzionario che, ancora oggi, continua ad ispirare intere generazioni di allenatori, tra cui, gli innovatori Pep Guardiola e Jurgen Klopp.