Una storia di orgoglio, identità e appartenenza che resiste alle logiche del calcio moderno
Fondato nel 1898 a Bilbao, nel nord della Spagna, l’Athletic Club ha una storia e una filosofia probabilmente incomparabile a nessun’altra squadra di calcio. Nel 1912 fu creata una regola per la quale il club avrebbe accettato solo giocatori baschi o che si fossero formati calcisticamente nel territorio del País Vasco. È giusto specificare che si tratti di una regola “non scritta” ma che è sempre stata rispettata da quel momento, vantando, quindi, più di cento anni di permanenza. L’avvio a questa regola coincide anche con il cambio di colori della maglia, passati da azzurro e bianco a rosso e bianco. Negli stessi anni la maglia tradizionalmente ispirata a quella del Blackburn Rovers, passa a due dei tre colori presenti nella Ikurriña, la storica bandiera appartenente al territorio basco (rosso, bianco e verde). Se pensiamo anche alla storia recente questi colori si sono mantenuti, compreso il verde, spesso presente nella seconda o terza maglia.
I due eventi del 1912 segnano difatti l’inizio della tradizione e del senso di appartenenza dei tifosi ai colori dell’Athletic.
In un modo o nell’altro, il calcio finisce sempre per riflettere la storia — e quella dell’Athletic Club non fa eccezione. L’identità dei suoi tifosi affonda le radici nella storia e nella cultura del País Vasco, una regione piccola ma ricchissima di peculiarità. Tra queste spicca l’Euskera, la lingua basca, un idioma dalle origini misteriose e senza legami con lo spagnolo o con qualsiasi altra lingua europea. È un simbolo potente di tradizione e appartenenza, espressione di una cultura unica nel suo genere.
Per alcuni, però, l’Euskera ha assunto anche un valore politico: un segno di distinzione e di resistenza nei confronti del potere centrale spagnolo. Uno dei motivi per il quale alcuni baschi vorrebbero l’indipendenza dalla Spagna, oltre a ragioni economiche e storiche.
Al di là delle questioni politiche, l’Athletic Club può vantare un palmarès che pochi in Spagna possono eguagliare: otto campionati nazionali, ventiquattro Copa del Rey e tre Supercoppe spagnole. A questi trofei si aggiunge un primato prestigioso condiviso solo con Real Madrid e Barcellona: non essere mai retrocesso in Segunda División.
Come spiegare, allora, una storia di successi così longeva e identitaria? Una parte importante della risposta risiede nella cantera vasca, il settore giovanile del club, da sempre fucina di talenti cresciuti nel segno dell’appartenenza.
Da qui sono passati alcuni dei nomi più iconici del calcio spagnolo: Rafael Moreno Aranzadi, detto Pichichi — il cui soprannome dà oggi il nome al premio per il capocannoniere della Liga —, oppure José Ángel Iribar, leggendario portiere con oltre seicento presenze in biancorosso e campione d’Europa con la Spagna nel 1964.
Più recentemente, la tradizione si è rinnovata con bomber come Aritz Aduriz, autore di una celebre tripletta nella goleada per 4-0 contro il Barcellona nella Supercoppa del 2015, e Fernando Llorente, passato anche in Italia da Juventus, Napoli e Udinese.
Negli ultimi anni la cantera è stata ulteriormente migliorata. Gli impianti del settore giovanile dell’Athletic sono situati a Lezama, vicino a Bilbao e si estendono per quasi 150.000 m². Non solo, ma ci sono oltre venti scout messi a disposizione dal club per osservare e trovare talenti nelle squadre affiliate nel territorio basco, in modo da tenere sotto controllo praticamente tutti i calciatori della regione: una vera e propria egemonia. Avere degli impianti così grandi permette al club di mettere in pratica numerose attività, tra le quali far allenare almeno una volta all’anno i giovani delle filiali nelle strutture di Lezama.
Il direttore sportivo dell’Athletic, Mikel González si espone così sui giovani del club in un’intervista per Cronache di Spogliatoio: “Noi il talento lo conserviamo, sanno che qui hanno il meglio”.
D’altro canto, per ragioni facilmente intuibili, il mercato dei trasferimenti dell’Athletic Club è da sempre estremamente limitato. Il club non può attingere a un bacino ampio di calciatori, ma ha imparato a trasformare questo vincolo in una virtù. Quando emergono difficoltà o carenze tecniche, la risposta non arriva dal mercato, bensì dal settore giovanile.
Un’altra strategia adottata riguarda gli stipendi dei propri calciatori. Dal momento che molto spesso l’Athletic lavora solo nel mercato di uscita, se volesse trattenere qualche calciatore, può tranquillamente farlo a livello economico. Il caso recente più emblematico riguarda Nico Williams, ala sinistra dei biancorossi, oggi uno dei giocatori più pagati della Liga, con un contratto da oltre dieci milioni di euro a stagione pur di restare a Bilbao.
Molti, in Spagna e non solo, definiscono la scelta dell’Athletic di schierare solo giocatori baschi una “limitazione”. Ma per chi vive Bilbao e il suo club, non si tratta di un vincolo, bensì di un orgoglio, un tratto distintivo che dà senso a tutto il resto. Lo dimostrano i numeri: nella scorsa stagione, San Mamés ha registrato un’affluenza media superiore al 91%, con poco più 48.000 tifosi a partita. Un dato che racconta molto più di qualsiasi statistica — racconta un popolo che continua a riconoscersi nella propria squadra, generazione dopo generazione.
Perché all’Athletic non si tifa solo una maglia: si tifa un’idea, una storia, un’identità che non conosce retrocessioni.