SENTENZA BOSMAN

Quando il calciatore belga Jean-Marc Bosman decise di rivolgersi alla Corte d’appello di Liegi, all’epoca non pensava minimamente che la sua battaglia legale avrebbe in futuro stravolto il sistema calcio. Dopo che la sentenza diventò legge, i parametro venne eliminato, dando piena libertà al mercato dei calciatori e aprendo, di fatto, il vaso di Pandora. Il potere contrattuale passò in mano ai procuratori dei calciatori, che anno dopo anno chiedevano salari sempre più alti e fuori mercato, mettendo alle strette le società italiane che già il 23 marzo del 1981, con la riforma del calcio, avevano perso il vincolo sui propri tesserati. Vano fu il tentativo della FIFA, con l’accordo di Bruxelles del 5 marzo 2001, di aiutare le società. Inoltre, va aggiunto anche l’allargamento del tetto degli stranieri, che con la sentenza Bosman dava la possibilità ai calciatori europei di muoversi liberamente all’interno dell’Unione Europea, non contando più come extracomunitari. Basti pensare che nella stagione 1996/1997 gli stranieri, comunitari e non, erano in totale 102 su 18 squadre partecipanti alla massima serie. Ad oggi, invece, nella stagione 2025/2026, con 20 squadre partecipanti, il numero di stranieri si attesta intorno ai 394. Se vogliamo fare un calcolo per analizzare le differenze tra le due stagioni: nel campionato 1996/1997 avevamo una media di 5/6 stranieri su 25 calciatori italiani, mentre nella stagione attuale ci ritroviamo con una media di 20 calciatori stranieri esolamente 5 italiani. Numeri davvero allarmanti, che ci raccontano come nell’arco di quasi trent’anni di calcio la situazione si sia completamente capovolta. Ricordiamoci che, dopo aver vinto il Mondiale nel 2006, non siamo stati più capaci di ripeterci o, quantomeno, di arrivare in finale. E da ben otto anni non siamo più riusciti a qualificarci ad esso, rischiando di non poter partecipare anche al prossimo, che si disputerà nel 2026 in Nord America e Messico. Ecco perché mi trovo totalmente contrario alla sentenza Bosman, poiché è stata puramente strumentalizzata, trasformando in un business uno sport. E più andiamo avanti, più mi accorgo che il calcio sta diventando un mondo chiuso a una classe élite, e questo è totalmente sbagliato e malato. Il gioco del calcio nasce come uno sport per tutti, e non per pochi.

Marco Bitti

Sono assolutamente favorevole alla sentenza Bosmann, perché rappresenta uno dei momenti più importanti non solo nella storia del calcio, ma anche nella difesa dei diritti dei lavoratori all’interno dello sport. Prima di quella decisione, i calciatori vivevano in una condizione che, a mio parere, era profondamente ingiusta. Anche dopo la scadenza del contratto, non erano liberi di scegliere dove andare, perché i club potevano comunque pretendere un indennizzo per lasciarli partire. In pratica, i giocatori erano trattati come “proprietà” delle società, e questo andava contro ogni principio di libertà individuale e di giustizia. La sentenza Bosmann ha cambiato tutto. Da quel momento, i calciatori sono diventati finalmente padroni del proprio destino. Hanno potuto decidere liberamente dove continuare la loro carriera e hanno avuto la possibilità di negoziare contratti migliori, valorizzando il proprio talento e la propria professionalità. Questo ha portato a un vero riconoscimento del calciatore come lavoratore, con diritti uguali a quelli di qualsiasi altro cittadino europeo. Io credo che questa libertà sia un valore fondamentale, che va oltre il calcio. Chi lavora, qualunque sia il mestiere, deve avere il diritto di scegliere dove e per chi lavorare, soprattutto una volta terminato un contratto. Impedire a un giocatore di farlo, come accadeva prima della sentenza Bosmann, significava negargli un diritto umano ed economico basilare. Ovviamente, non si possono ignorare gli effetti collaterali di questa decisione. Dopo la sentenza, il calcio è diventato un mondo molto più competitivo, ma anche molto più legato ai soldi. Gli stipendi dei giocatori sono aumentati in modo enorme, i procuratori hanno assunto un potere notevole e le grandi squadre, con più risorse economiche, hanno finito per rafforzarsi ancora di più rispetto a quelle piccole. Tuttavia, questi problemi non derivano direttamente dalla sentenza, ma dal modo in cui il sistema calcistico si è evoluto nel tempo. La libertà dei calciatori non è il problema: è, anzi, una conquista che va difesa. Penso che chi critica la sentenza Bosmann lo faccia guardando solo agli aspetti economici, dimenticando però che, prima di tutto, stiamo parlando di persone, non di contratti o trasferimenti. I calciatori dedicano la vita a questo sport e meritano di poter scegliere liberamente dove continuare a giocare, senza essere vincolati da regole che favoriscono soltanto i club.Io, ritengo che la sentenza Bosmann abbia rappresentato una vera rivoluzione di libertà e giustizia nel calcio europeo. Ha messo al centro la persona e non la società sportiva, ha reso il mercato più aperto e ha dato dignità a una categoria che per troppo tempo era stata controllata dalle società. Anche se il calcio moderno ha problemi diversi, la sentenza Bosmann resta, secondo me, un passo avanti storico, perché ha portato dentro lo sport un principio fondamentale: la libertà non si tocca.

Karol Laitano

Bitti, Laitano