Ci sono giocatori che ti fanno innamorare fin da bambino e che, anche anni dopo, continuano a emozionarti. Per me, da sempre, Sergio Busquets è uno di questi. Mi ha sempre colpito osservare un calciatore che molti non notano subito, ma che è essenziale per tutto ciò che accade in campo. Non segna, non corre più degli altri, non fa dribbling plateali, ma senza di lui tutto il resto si spegne. Senza di lui, la squadra in cui gioca perde l’anima.
L’allenatore spagnolo Vicente del Bosque disse una frase che lo descrive perfettamente: “Se vedi la partita non vedi Busquets, ma se vedi Busquets vedi la partita.” Ed è proprio così, guardarlo giocare è come scoprire un altro sport: non osservi la corsa, ma la velocità di pensiero. Non il gesto spettacolare, ma la scelta giusta, sempre.
Con pochi tocchi, a volte anche solo con il corpo, cambia il ritmo di un’intera azione. La sua postura, la sua capacità di orientarsi prima ancora di ricevere palla, sembrano dettagli minimi, ma fanno la differenza tra una giocata qualunque e un’uscita pulita da pressing con tre avversari intorno. Dove altri metterebbero forza, lui mette cervello. Dove gli altri vedono caos, lui trova linee di passaggio che non esistevano un secondo prima. Non ha mai avuto bisogno di correre più degli altri, perché pensava prima. E nel calcio, chi pensa prima vince.
Quando lo guardo, rivedo l’essenza del calcio che amo: la semplicità che nasconde la genialità. Per questo, da bambino a oggi, non ho mai smesso di esserne innamorato.