STORIA DEL CALCIO E DELLA TATTICA DALLE SUE ORIGINI AL CALCIO MODERNO 

APPUNTI DI STORIA DELLA TATTICA NEL CALCIO DALLE SUE ORIGINI AL CALCIO MODERNO 

a cura di Marco Buonomo –

PREMESSE

Il calcio è lo sport più popolare dell’era moderna. In quanto tale, possiamo considerarlo anche come uno specchio sociale e culturale dei Paesi che, nel corso degli anni, lo hanno praticato ad ogni livello. Il calcio è giocato e interpretato dagli uomini, e di conseguenza dalla storia e dai valori che essi rappresentano. Proprio per questo risulta affascinante ripercorrere la storia di questo sport così ricca di avvenimenti, personaggi, rivoluzioni, mode, innovazioni, corsi e ricorsi. A ogni cambiamento e innovazione a segnare il percorso del calcio ne conseguono altri in diretta contrapposizione, creando infine quella dialettica sportiva che lo rende, agli occhi di miliardi di appassionati, non a caso il gioco più bello del mondo.

LE ORIGINI DEL CALCIO MODERNO

Le origini del calcio, inteso semplicemente come il colpire, d’istinto, una sfera con i piedi, hanno radici troppo profondamente radicate nella storia dell’uomo perché si possa affrontare questo capitolo nel dettaglio senza finire troppo indietro nel tempo. 

Per prendere una rincorsa abbastanza lunga da rendere l’argomento il più vicino possibile al calcio della nostra contemporaneità possiamo partire dal 1863, quando la Football Association inglese, riunita con i rappresentanti dei maggiori club del Paese presso la Freemason’s Tavern di Londra, redige ufficialmente un regolamento ad hoc per differenziare lo sport giocato unicamente con i piedi da quello giocato anche con le mani, ossia il rugby. L’anno successivo viene inoltre introdotta la prima versione della regola del fuorigioco, cosiddetto “a tre”, per cui l’attaccante ha bisogno, per essere ritenuto in posizione regolare dal guardalinee, di ricevere il pallone con almeno tre giocatori, portiere compreso, fra sé e la porta.

Sarebbe un errore storico considerare gli inglesi come gli inventori del calcio in senso stretto, ma certamente possiamo considerarli come coloro che lo hanno codificato e regolamentato nella forma più vicina a quella in cui oggi lo riconosciamo e apprezziamo. 

Il calcio inglese dell’epoca è generalmente confuso, ricco di scontri fisici e privo di qualunque organizzazione. La marcatura, a malapena abbozzata sul piano concettuale, è considerata una forma di slealtà e riprovevole sul piano della cavalleria. A questo proposito è importante ricordare che il calcio in questa fase è una disciplina appannaggio della ricca borghesia del Paese e si gioca principalmente negli ambienti universitari e nei club più esclusivi. Inizia ad acquisire la matrice popolare che al giorno d’oggi gli attribuiamo solo dopo le prime conquiste sindacali e il conseguente miglioramento delle condizioni e degli orari di lavoro delle migliaia di operai coinvolti nella Seconda Rivoluzione Industriale.

L’1-1-8 con il quale si gioca su tutti i campi è all’insegna del kick and rush, con un singolo giocatore (il battitore libero) incaricato di lanciare la palla il più rapidamente possibile verso la selva di attaccanti. L’iniziativa del singolo e i duelli individuali sono ciò che volge il risultato a favore dell’una o dell’altra squadra, e non è un caso se questo modo di giocare sarà ricordato come dribbling game. 

Il primo cambiamento nella concezione del gioco avviene, per ragioni storicamente prevedibili, in Scozia, laddove i locali cercano un modo per aggirare il sistematico ricorso alla mischia degli inglesi. Provano a imbastire una manovra più ragionata, aggiungono un uomo a centrocampo e in difesa e il loro 2-2-6 introduce inconsapevolmente rudimentali concetti di collaborazione fra i giocatori. Al dribbling game inglese, gli scozzesi rispondono con il loro passing game. 

Nel 1872 Scozia e Inghilterra si affrontano nella prima amichevole internazionale della storia. Si gioca a Partick, nei sobborghi di Glasgow. 4000 spettatori, 14 attaccanti di ruolo in campo e risultato finale 0-0. La totale mancanza di equilibrio e di collegamento fra i giocatori determina uno spettacolo tutt’altro che entusiasmante. 

LA PIRAMIDE DI CAMBRIDGE

Il passing game scozzese, con il suo rudimentale tentativo di organizzare gli undici in campo, caratterizza, nel corso del decennio successivo, la prima reale evoluzione del gioco, rappresentata dalla piramide 2-3-5, anche detta “di Cambridge” perché è all’interno della prestigiosa università che il pubblico dell’epoca può assistere alle prime sperimentazioni tattiche.  

E’ il 1884 quando il Blackburn Rovers si afferma come la prima squadra di alto livello a schierarsi in campo con la piramide, sorprendendo per 2-0 gli scozzesi del Queen’s Park in Finale di FA Cup. Nei dieci anni successivi ne conquistano altre quattro, a testimoniare l’efficacia di questo nuovo modo di stare in campo. 

A onor di cronaca, la primissima testimonianza della piramide ce la offre una gara dal contesto meno prestigioso ma di uguale rilevanza sul piano storico, ovvero la Finale di Coppa del Galles fra Wrexham e Druids, con questi ultimi sconfitti all’ultimo minuto dagli avversari schierati con la piramide grazie a un gol che sovverte tutti i pronostici. 

Il 2-3-5 è una tappa fondamentale nello sviluppo tattico del calcio. Non solo perché offre una reale alternativa, oltretutto vincente, al caos del kick and rush e alla “disorganizzata organizzazione” del passing game, ma anche perché dà origine alla prima numerazione ufficiale, identificando i singoli giocatori con i rispettivi ruoli e posizioni in campo. Queste nomenclature sono ancora oggi parte integrante dell’immaginario calcistico mondiale. Nel dettaglio:

1 – Goalkeeper (portiere)

2 e 3 – Fullbacks (terzini perchè appartenenti alla “terza linea”)

4, 5 e 6 – Halfbacks (tecnicamente “mediani” o, in un gergo più contemporaneo, mezz’ali, il numero 5 diventa in seguito Centre Back, il moderno “difensore centrale”)

11 e 7 – Wingers (ali o esterni d’attacco rispettivamente sinistra e destra)

10 e 8 – Inside forwards (attaccanti “interni” perchè giocano più centralmente rispetto alle ali, nel calcio italiano ruolo riconosciuto come mezzala)

9 – Centre forward (centravanti)

La marcatura, come detto in precedenza, è ancora un concetto vago, scomodo nei confronti dell’etichetta e che nessuno è interessato ad applicare realmente. Nel 2-3-5 la priorità dei difensori è ancora quella di spazzare il pallone, piuttosto che affrontare o rincorrere l’avversario, per la costante inferiorità numerica nei confronti degli attaccanti. La piramide è tuttavia la prima ricerca di una forma di equilibrio, che divide la squadra in due blocchi ben distinti: i cinque attaccanti cercano il gol, gli altri cinque difendono.

Per quasi 50 anni la piramide rappresenta il modulo adottato da tutte le squadre. Anche in virtù di questo, negli anni Venti il calcio affronta una crisi di interesse e spettatori. Nessuno ha assi nella manica o vere alternative tattiche con le quali sorprendere gli avversari e si segna sempre meno. Gli allenatori, inoltre, mandano costantemente all’attacco uno dei terzini per innescare il fuorigioco a tre e spezzare sistematicamente il gioco.

Tocca all’International Football Association Board (IFAB), nel 1925, adoperarsi per ridare linfa al gioco. Il fuorigioco diventa “a due”, e la tendenza si inverte: gestire la nuova regola con due soli difensori è difficile, si torna a segnare gol a grappoli e gli allenatori, di conseguenza, si interrogano su come raggiungere un assetto difensivo stabile. Il terreno è ormai fertile perché il calcio venga attraversato da nuove forme di innovazione.

IL SISTEMA E IL METODO

L’intuizione che mostra, al campionato inglese prima e al mondo subito dopo, un nuovo tipo di calcio, arriva da Londra, sponda Arsenal. Immediatamente dopo la riforma del fuorigioco, le squadre che metabolizzano meglio il cambio di regolamento sono quelle che impongono al centrocampista centrale di arretrare verso i difensori.

La stagione successiva alla riforma del fuorigioco il Newcastle demolisce per 7-0 l’Arsenal di Herbert Chapman, il quale fa tesoro della lezione al punto da perfezionare un nuovo assetto tattico, che passerà alla storia come WM o sistema. E’ in pratica un 3-2-2-3, dove il centre-half arretra stabilmente sulla linea dei terzini, che si allargano per controllare le ali avversarie formando una difesa a tre. Per rafforzare il centrocampo abbassa la posizione degli inside-forward rendendoli dei rifinitori, giocatori di raccordo fra la mediana e l’attacco. Ottiene così un quadrilatero che aiuta a razionalizzare il possesso palla. Le ali restano larghissime: in attacco con tre uomini anziché cinque vi è molto più spazio per manovrare. 

Quello di Chapman è un gioco nuovo, veloce e verticale, che fa comunque affidamento sull’efficacia delle marcature a uomo per reggere lo sbilanciamento di un impianto tattico votato fondamentalmente all’attacco. Tra la fine del decennio e la prima metà degli anni Trenta, il sistema Arsenal con una FA Cup e quattro titoli nazionali consecutivi in bacheca diventa la nuova piramide, il modello calcistico di base. Lo rimarrà praticamente per trent’anni. 

A fare da contraltare alle sperimentazioni di Chapman vi è, in Italia, Vittorio Pozzo, tecnico federale della Nazionale. Pozzo non brilla per carisma, ma oltre a essere un grande tattico è un profondo conoscitore di calcio, uno dei pochi a viaggiare per l’Europa allo scopo di osservare come si gioca all’estero e a intrattenere una fitta corrispondenza con i colleghi stranieri, in particolare con Hugo Meisl. Il WM richiede accelerazioni costanti nell’arco dei 90 minuti, è molto dispendioso sul piano atletico e fa ancora troppo affidamento sui duelli fisici perché Pozzo lo consideri la soluzione migliore per i giocatori italiani, che non brillano per potenza ma si distinguono, piuttosto, per intelligenza e tecnica.

Teorizza dunque il cosiddetto metodo, un sistema di gioco meno accademico del WM ma più prudente, in grado di esaltare una difesa robusta e di garantire rapidi contropiede. Il metodo mantiene la difesa a due della piramide pur differenziando i compiti dei terzini: uno diventa di volata, un marcatore puro; l’altro è di posizione, con il compito di presidiare l’area di rigore e assistere il compagno di reparto. Sono uno stopper e un libero ante litteram. Marcare le ali avversarie è appannaggio dei mediani laterali, mentre il fulcro del gioco diviene il centrocampista centrale, posizionato davanti alla difesa con il caratteristico ruolo di centromediano metodista, in pratica un regista arretrato devoto alla semplificazione del gioco e al lancio lungo per innescare le ripartenze. L’analogia con il sistema è nell’arretramento degli attaccanti interni, creando superiorità numerica nei confronti delle squadre schierate con il WM in una formazione rappresentabile come un 2-3-2-3.

Il metodo di Pozzo, la prima vera applicazione sistematica del contropiede o contro-gioco, è una felice intuizione. L’Italia non partecipa alla Coppa Rimet del 1930 ma domina il decennio calcistico internazionale: vince i campionati del mondo 1934 e 1938, conquistando inoltre la Coppa Internazionale 1933-35 e l’oro alle Olimpiadi del 1936, con una squadra studenti assemblata largamente fra Serie B e C dallo stesso Pozzo. 


Pozzo è un grande tattico, ma ha anche Giuseppe Meazza, il primo vero fuoriclasse nella storia del calcio italiano e forse europeo. L’infrastruttura sportiva fascista, inoltre, fa del calcio italiano una disciplina molto organizzata e fortemente identitaria, per convinzione o per inerzia, per chi la pratica. 

VARIAZIONI E SPERIMENTAZIONI

In Europa prende piede anche una terza scuola calcistica, cosiddetta danubiana. Capostipite di questa variante ibrida fra sistema e metodo è l’austriaco Hugo Meisl a cavallo dei due conflitti mondiali, e ad applicarlo è il Wunderteam, la nazionale austriaca che pratica un gioco basato su ruoli dinamici e la creazione di una fitta rete di passaggi. La striscia positiva dell’Austria si interrompe in Semifinale dei mondiali del 1934 a vantaggio proprio dell’Italia di Pozzo. Pochi anni dopo, nel 1938, è l’intero movimento calcistico austriaco a decadere, a seguito dell’annessione alla Germania nazista. 

In Sudamerica, in questi anni, il dibattito calcistico è abbastanza vivace da veder nascere altre variazioni tattiche, intese come un tentativo di superare i limiti e la rigidità dei ruoli del sistema, in particolar modo in Brasile, dove l’estro e la fantasia sono considerate caratteristiche imprescindibili per qualunque squadra a prescindere dalle alchimie tattiche.

Flavio Costa, tecnico del Flamengo, negli anni Quaranta sviluppa una nuova idea, il diagonal, prendendo come base il sistema e disegnando due linee diagonali immaginarie a centrocampo: la prima con il terzino e mediano destro e il centromediano in ruoli prettamente difensivi; la seconda composta da terzino, mediano e mezzala sinistri che supportano la manovra offensiva. In questo assetto ibrido, che fonde alcuni ruoli del metodo con altri del sistema in una sorta di “caos ordinato”, il numero 10 tende a svestirsi dei panni della mezzala “europea” per diventare la ponta-de-lança, un numero “9 e mezzo”, un giocatore creativo come un fantasista ma scaltro e potente come un centravanti classico.

Nonostante la popolarità raggiunta dal diagonal grazie al ciclo vincente del Flamengo, la sconfitta del Brasile di Costa nella Finale dei campionati del mondo del 1950 inflitta dall’Uruguay, schierato con il metodo, ne segna un irreversibile declino culminato con l’avvento del 4-2-4 nel 1958.

Nell’arco dello stesso decennio, ma in Argentina, è la cosiddetta màquina del River Plate del ciclo vincente 1941-47 ad adottare una versione alternativa del diagonal, seppur a specchio rispetto a quello brasiliano. E’ una squadra che si guadagna il suo soprannome grazie a un gioco estremamente dinamico e fluido in attacco, introducendo allo stesso tempo i primi, innovativi, concetti di scalata in difesa, tanto da spingere molti degli studiosi contemporanei a considerarlo un precursore dell’Olanda del calcio totale.

Una variazione in senso più spettacolare del sistema è rappresentata dal calcio della Grande Ungheria, anche detta Squadra d’Oro, vincitrice delle Olimpiadi del 1952 e imbattuta nella prima metà degli anni Cinquanta sino alla sconfitta nella Finale dei mondiali del 1954 ad opera della Germania Ovest. La forza della squadra guidata da Gustav Sebes, è nelle fitte ragnatele di passaggi rese possibili dalle sopraffine qualità tecniche dei suoi interpreti, fra i quali Hidegkuti, Kocsis e Puskas. Propone un gioco fra i più spettacolari di sempre, nonché lo stesso Hidegkuti in un’innovativa e pionieristica posizione di centravanti arretrato per favorire lo sviluppo di un modulo a doppia M.

IL GRANDE TORINO E IL DECENNIO DELLE TRE GRANDI

Nel calcio italiano il sistema, complici i successi del metodo di Pozzo in campo internazionale, non prende piede come nel resto d’Europa. Bisogna aspettare il 1939 e l’avvento di Ferruccio Novo alla presidenza del Torino perché i granata facciano da apripista per l’introduzione di un modello sportivo, sul piano organizzativo e tattico, all’inglese. 

Quella che passerà alla storia come Grande Torino è una squadra dominante, costruita con sapienza nel corso del decennio ingaggiando, anno dopo anno, giocatori di grande talento come Mazzola, Loik, Grezar, Ossola. Il calcio del Grande Torino non è solo vincente ma anche dinamico ed entusiasmante, tanto da rappresentare un modello al quale tutto il calcio italiano si vorrà ispirare dopo il 1949, anno della tragica dipartita a causa di un incidente aereo, noto come la “tragedia di Superga” di tutti i giocatori e i componenti dello staff tecnico.

I nostri anni Cinquanta sono caratterizzati dalle cosiddette “tre grandi”, ossia Juventus, Milan e Inter, non a caso le squadre più importanti e rappresentative del triangolo industriale che traina l’economia del Dopoguerra, foraggiato dagli aiuti economici del Piano Marshall. Sono le squadre che dispongono di risorse sufficienti per ingaggiare i talenti stranieri, schierabili per regolamento in un numero massimo di tre. La Juventus è quella del trio magico Sivori – Charles – Boniperti, il Milan quello del GreNoLi (gli svedesi Gren, Nordahl e Liedholm), l’Inter è trascinata negli anni da Skoglund al quale si aggiunge Angelillo durante la gestione di Angelo Moratti.

L’unica eccezione allo strapotere lombardo-piemontese è la Fiorentina che si aggiudica lo scudetto 1955-56. 

Il metodo di Pozzo viene considerato superato già alla fine del ciclo del Grande Torino, e un numero sempre crescente di squadre passa al sistema, contribuendo ad evidenziarne i pregi ma soprattutto i difetti: il sistema si affida molto ai duelli individuali, e di conseguenza le piccole squadre non riescono a tenere il passo contro avversari di livello tecnico mediamente superiore.

LE ORIGINI DEL CATENACCIO

Si apre dunque un dibattito sul piano tecnico-tattico, specialmente, ma non solo, in seno alle piccole squadre, su come ridurre la distanza con le più titolate avversarie. 

L’Inter di Alfredo Foni, vincitrice del campionato 1952-53, è un efficace prototipo del catenaccio: il terzino destro Blason arretra alle spalle dello stopper, si svincola da compiti di marcatura e diventa un libero; a coprire la fascia è l’ala destra Armano. Il portiere Ghezzi, autore di una grande stagione, rende la difesa un bunker inespugnabile. Ma le critiche all’atteggiamento della squadra, considerato insopportabilmente difensivo da stampa e pubblico, portano lo stesso Foni a diluire molto questa sua intuizione negli anni a seguire, tanto da non riuscire a ripetere la vittoria del campionato. 

Gipo Viani anticipa Foni di quasi un decennio, quando alla guida della Salernitana (stagioni  dal 1946 al 48) sperimenta il vianema, un modulo senza attaccante centrale ma con un giocatore alle spalle della difesa, preso, a differenza di Foni, dal reparto avanzato. E’ probabilmente il primo allenatore a utilizzare il libero, in Italia,  in maniera sistematica. Allena il Milan per nove stagioni, dal 1956 al 1965, vincendo tre scudetti e una Coppa dei Campioni.

Nell’immediato dopoguerra, è Nereo Rocco a introdurre il “battitore libero” alla guida della Triestina. Costruisce la sua reputazione sul secondo posto della stagione 1947-48, alle spalle del Grande Torino e dimostra sul campo che l’uomo in più in difesa può rendere la vita dura anche alle squadre tecnicamente più forti. Alla guida del Milan, grazie alla sua interpretazione del catenaccio, segnerà un’era gloriosa vincendo 2 Scudetti, 3 Coppe Italia, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe delle Coppe e la Coppa Intercontinentale edizione 1969.

Tutte queste esperienze contribuiranno fortemente all’istituzionalizzazione del catenaccio nel corso degli anni Sessanta, quando il calcio italiano lo eleva a modello tattico di massima efficacia in patria e all’estero, grazie alle vittorie di Helenio Herrera e dello stesso Rocco. 

Chi però “inventa” il libero nel vero senso del termine è l’austriaco Karl Rappan. La sua impostazione tattica, implementata per la prima volta al Servette nel 1932 e nota come verrou, è il vero antesignano del catenaccio italiano. Nel verrou il baricentro della squadra è bassissimo, il libero un giocatore ancora molto “orizzontale”, privo di qualunque grazia o visione di gioco, i contropiedi sono affidati alle due ali, gli unici giocatori svincolati da consegne difensive. In patria, alla guida del Grasshoppers, vince praticamente tutto; con la Nazionale svizzera arriva ai Quarti di Finale nelle edizioni 1934, 1938 e 1954 dei campionati del mondo.

IL 4-2-4

L’antesignano di tutte le tattiche moderne è il 4-2-4 con il quale il Brasile si aggiudica i campionati del mondo del 1958, perché moduli come il 4-3-3 e il 4-4-2 sono la diretta conseguenza delle correzioni in senso difensivo di quest’ultimo. Il commissario tecnico dei verdeoro, Vicente Feola, ha l’intuizione di proporlo secondo l’esperienza dell’ungherese Béla Guttman al Sao Paulo l’anno precedente. 

Il Brasile è una realtà che, nel calcio, fa scuola a sé. Più che una nazione è un continente, permette una varietà e una possibilità di scelta incredibili e i suoi calciatori sono spesso un incrocio fra la forza fisica degli amazzonici, la tecnica puramente sudamericana e il pragmatismo europeo. Ogni generazione di calciatori ne ha già un’altra pronta a inaugurare, qualora ve ne sia il bisogno, un nuovo ciclo tecnico. Feola ne ha a disposizione una fra le più forti di tutti i tempi, ma ha anche il merito di selezionare la rosa della Nazionale con criteri molto rigidi anche sul piano medico-sportivo (l’unica eccezione è Garrincha, la cui imprevedibilità dipende anche dall’asimmetria nella lunghezza delle gambe).

Il 4-2-4 è il primo modulo a esibire quattro difensori in linea: il difensore aggiunto è quasi un affronto per la stampa locale, ma in questo modo diventa più facile sganciare i terzini per mandarli all’attacco, e i brasiliani sono in quel momento gli unici a farlo. I due mediani sono giocatori completi che fanno la spola fra attacco e difesa permettendo alla squadra di attaccare e difendere con sei elementi. Pur esibendo una costruzione della manovra offensiva meno frenetica del sistema, è un modulo dispendioso, concepito soprattutto per contrastare il predominio del WM, e che conta molto sulla capacità di tutti i giocatori, difensori inclusi, di proporsi palla al piede; per questo non fu replicato frequentemente con la stessa efficacia.

Dai mondiali del 1958 il 4-2-4 diventa la base del calcio sudamericano, e in particolare brasiliano,. non solo per la disposizione in campo ma anche nei suoi concetti più caratteristici, come i terzini in costante proiezione offensiva e il gusto per la costruzione della manovra a partire da difensori che non siano semplici marcatori ma elementi di alto spessore tecnico. Il Brasile replica il successo nell’edizione 1962, manca la tripletta nel 1966 per poi completare l’opera nel 1970 dominando l’Italia in Finale per 4-1.

IL CATENACCIO

A cavallo fra la seconda metà degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, il calcio italiano rappresenta le contraddizioni di una società ancora in bilico fra il vecchio e il nuovo, divisa fra la frugalità del Dopoguerra e le spinte consumistiche del boom economico di quegli anni. I concetti chiave del catenaccio, che diventa rapidamente l’impostazione tattica alla base del nostro calcio, sono essenzialmente due: il contro-gioco, inteso come il preparare la partita in funzione esclusiva degli avversari, e la cultura del risultato. Si gioca senza fare calcoli, ciò che conta è utilizzare le armi tattiche necessarie per acquisire il miglior risultato possibile in quel momento, ragionando partita per partita. E’ un gioco che si sposa perfettamente con la mentalità e le caratteristiche dei nostri giocatori, maestri nell’arte del contropiede dai tempi di Pozzo.

Oltre all’esigenza delle squadre cosiddette provinciali di trovare le contromisure all’oggettiva superiorità delle grandi, al fiorire del catenaccio contribuisce anche, nel 1966, il divieto imposto dalla FIGC ai club italiani, dopo il disastroso mondiale di quell’anno, di ingaggiare giocatori stranieri dall’estero. Questo causa un impoverimento tecnico della Serie A tale da rendere questo tipo di calcio così conservativo quasi un dovere oltre che un’esigenza.

Il catenaccio non prende piede immediatamente: abbiamo visto come le esperienze di Rappan, Foni e Viani ne abbiano preparato il terreno, ma il pubblico e la stampa di settore sono diffidenti verso un tipo di calcio che mette lo spettacolo così in secondo piano. In Italia vi è ancora, a riguardo, una mentalità ottocentesca, che ritiene disonorevole il ricorso al fallo sistematico, alla marcatura a uomo asfissiante e al gioco di rimessa per arrivare al risultato ad ogni costo.

A convincere l’intero movimento che il catenaccio sia la strada giusta sono i successi in campo nazionale e internazionale di Nereo Rocco e Helenio Herrera, sulle rispettive sponde di Milano. Sono loro gli alfieri di questo nuovo modulo. Così come profetizzato da Rappan e teorizzato da Foni e Viani, il libero alle spalle dei difensori diventa infine l’elemento chiave del calcio italiano.

Giocando alle spalle di due marcatori (uno stopper e un terzino), il libero ha l’effetto non solo di allungare il campo favorendo veloci ripartenze grazie al lancio lungo, ma anche di offrire una forte copertura nell’area di rigore. Il terzino sinistro diventa il fluidificante, unico elemento della difesa al quale è concesso lanciarsi in sortite offensive. L’ala destra deve ripiegare, legare il gioco e ristabilire la parità numerica a centrocampo specialmente contro gli avversari che giocano con il sistema, diventando un tornante o ala tattica. 

Contribuiscono a schermare ulteriormente la difesa il mediano con compiti difensivi e di razionalizzazione della manovra e la mezzala, un giocatore generalmente dinamico e incline al rubare palla e ripartire. Il regista rappresenta l’elemento di maggiore fantasia, che ha il compito di lanciare il contropiede con precisione e cercare il passaggio decisivo negli ultimi quaranta metri. L’elemento tattico che accomuna tutti i ruoli del catenaccio è la marcatura a uomo. Questo nuovo modulo garantisce superiorità numerica, a centrocampo e in difesa, soprattutto nei confronti del 4-2-4 di ispirazione brasiliana copiosamente riprodotto nel resto del continente.

Fra il catenaccio di Herrera, il quale ha gli ulteriori meriti di introdurre nel calcio italiano la pratica del ritiro pre partita e un modello di preparazione atletica nel senso moderno del termine, e Rocco, è opportuno evidenziare una differenza significativa. Lo schema dei nerazzurri è molto rigido sul piano del posizionamento in entrambe le fasi di gioco. Il Milan di Rocco mantiene strette marcature a uomo ma, quando attacca in contropiede, ha una manovra molto fluida, che incoraggia movimenti di grande modernità come lo scambio di fascia delle ali e movimenti “ad uscire” del centravanti per favorire gli inserimenti dei compagni.

Il catenaccio e la sua rigidità, che ne rappresenta sia il punto di forza che il proverbiale tallone d’Achille, incassa duri colpi quando il Celtic sconfigge l’Inter di Herrera nella Finale della Coppa dei Campioni del 1967 e dopo il pesante 4-1 con il quale l’Italia abdica in Finale nel 1970. Il catenaccio però non scompare, ma resisterà ancora per molti anni grazie alla contaminazione con la marcatura a zona che inizierà ad affermarsi a breve nel calcio mondiale.

IL CALCIO TOTALE

Durante la sua esperienza come allenatore dell’Ajax, fra il 1965 e il 1971, l’olandese Rinus Michels propone una nuova e rivoluzionaria filosofia calcistica, nota come calcio totale. Nel suo credo tattico nessun giocatore è legato alla posizione in campo, ma interpreta con libertà entrambe le fasi e può lasciare la propria posizione iniziale in modo che un compagno ne prenda il posto, per lasciare inalterata la disposizione in campo. 

E’ un calcio spettacolare, innovativo, che inietta nel tessuto mondiale concetti che diventano presto universali come la difesa alta, la tattica del fuorigioco, il pressing a tutto campo. Sul piano tecnico un gioco così avanguardistico è reso possibile, all’Ajax e in Nazionale, dalla generazione d’oro del calcio olandese, alla quale appartengono calciatori formidabili come Neeskens, Rensenbrink, Keizer, Suurbier, Repp, Krol, ma soprattutto Cruijff, elemento di straordinario talento e versatilità in grado di fare la differenza in ogni parte del campo. Ma il calcio totale è anche la proiezione sul terreno di gioco di una nuova società, rampante e liberale quanto il calcio che professa, che travolge l’intera Europa attraverso i movimenti giovanili.

Il calcio totale, attraverso la fluidità della sua manovra, la difesa rigorosamente a zona, le continue sovrapposizioni, la circolazione elegante della palla, si propone presto come antitetica rispetto al catenaccio e alla marcatura a uomo. Sul campo, in partenza, è un 4-3-3 che razionalizza il 4-2-4 brasiliano nella forma base che offre moltissimi triangoli “naturali”, per favorire la circolazione della palla.

L’innovazione dell’Olanda mondiale comincia dal portiere Jongbloed, un non professionista abile soprattutto con i piedi, che infatti partecipa spesso alla costruzione del gioco. E’ il primo esempio di portiere-libero, che si trova spesso fuori dall’area di rigore per sostenere la linea difensiva alta e rigorosamente in linea, composta da due terzini dinamici e forti tecnicamente come Krol e Suurbier, e dalla coppia centrale Rijsbergen e Haan, un difensore atipico che predilige l’uscita palla al piede dalla difesa. A centrocampo Neeskens è l’ipotetico vertice basso, pur essendo spesso l’elemento di partenza del pressing avanzato, coadiuvato dalle mezzali Van Hanegem e Jansen, che agiscono spesso a copertura delle sortite offensive dei terzini. Il tridente offensivo Rensenbrink – Cruijff – Repp garantisce fantasia e tecnica, nonché frequenti scambi di posizione allo scopo di non dare punti di riferimento agli avversari.

La Nazionale olandese non riesce a vincere né la Finale dei mondiali del 1974 né quella dell’edizione successiva. Ad aggiudicarsi entrambe sono nazioni ben più pragmatiche quali la Germania Ovest e l’Argentina. Tuttavia Michels e il suo successore all’Ajax Stefan Kovacs dimostrano al mondo l’efficacia di questa nuova corrente calcistica vincendo numerosi trofei in Olanda e all’estero, scavando un solco profondo e duraturo nell’immaginario di pubblico, stampa e allenatori.

Dunque il totaalvoetbal olandese è una rivoluzione. Come tutte le rivoluzioni, replicarle esattamente in un contesto diverso dall’originale è molto difficile, se non impossibile. Ma come spesso accade in corsi e ricorsi storici, idee rivoluzionarie finiscono per attecchire, nelle varie nazioni calcistiche, a tessuti connettivi diversi, trasformandoli in modo radicale. 

In Inghilterra, terminato l’isolamento dal calcio internazionale che aveva contraddistinto il ventennio dagli anni Trenta ai Cinquanta, il calcio nazionale si apre sempre di più alle idee che attraversano il resto del continente. Nel 1966 Alf Ramsey guida l’Inghilterra alla vittoria del suo primo e unico mondiale. Il 4-4-2 con il quale sconfigge la Germania Ovest in Finale mostra una ricerca meno ostinata del cross, un gioco maggiormente incentrato sugli scambi corti verso il centro del campo, una manovra generalmente più ragionata. Contiene i germi di quello che, grazie alla decisiva influenza olandese diventa il calcio del pass and move. Un calcio propositivo, fortemente dinamico, che nella simmetria del 4-4-2 razionalizza spontaneamente gli estremi ideologici che caratterizzeranno invece quello di Michels, che l’anno precedente, alla guida dell’Ajax, inizia a proporre il suo rivoluzionario rinnovamento calcistico. 

E’ un tipo di gioco che cavalca perfettamente la tendenza naturale del calcio ad acquisire più velocità e spettacolarità. Inoltre è in questi anni che il calciatore, con l’avvento di nuove metodologie e tecnologie, inizia ad assumere sempre più le sembianze di un vero e proprio atleta.

IL LABORATORIO LOBANOVSKY

Una delle figure più influenti nell’evoluzione del calcio nelle sue qualità più moderne, la cui figura è spesso sottovalutata, è Valeri Lobanovsky. Ex-giocatore di livello internazionale, nel 1973 assume la guida della Dinamo Kiev, panchina che lascerà definitivamente solo nel 1990 dopo aver alternato il suo incarico nel club ad alcuni periodi alla guida della nazionale sovietica. 

Lobanovsky è un tecnico rivoluzionario: è infatti il primo a portare nel calcio i computer per analizzare, attraverso rudimentali algoritmi creati dallo statistico Anatoly Zelenkov, partite, allenamenti e prestazioni fisiche dei calciatori. Il suo è un metodo già moderno, quasi contemporaneo, non a caso la stampa specializzata lo definisce “calcio del Duemila”. Grazie alla tecnologia suddivide con precisione matematica le zone di competenza dei singoli calciatori, studia il loro comportamento attraverso i dati statistici, insiste nel voler creare giocatori “universali”, che non abbiano ruoli troppo definiti ma che possano servire il collettivo attraverso un gioco all’insegna dell’organizzazione.

A questo abbina anche una preparazione atletica di straordinaria intensità. Viene ben presto soprannominato “Il Colonnello” e non solo perché aveva ricoperto quel ruolo nell’Armata Rossa; Lobanovsky è tanto rigido e duro nei suoi modi e metodi di allenamento quanto fu incostante e polemico nei suoi trascorsi da calciatore.

Il modulo di gioco, immutabile e intoccabile, non può essere che il 4-4-2, che rappresenta il modo più simmetrico, matematico ed “esatto” di suddividere il campo. Forte della grande enfasi posta sulla preparazione, Lobanovsky esige un gioco a ritmi elevati, fatto di scambi nello stretto e di terzini che si sovrappongono in moto perpetuo. La marcatura è rigorosamente a zona, il lancio lungo non viene disdegnato, ma solo se serve a innescare gli esterni d’attacco negli spazi. I movimenti non sono lasciati all’iniziativa dei giocatori, ma devono essere eseguiti secondo schemi imparati a memoria attraverso numerose ripetizioni in allenamento. 

Quanto il calcio totale è il trionfo dell’individuo, della fiducia nella sua libera iniziativa, in quello di Lobanovsky non c’è spazio che per il collettivo: i giocatori, pur possedendo caratteristiche personali, sono numeri che fanno parte di un insieme, quasi componenti di un’equazione il cui risultato deve portare a una manovra corale e organizzata. 

Durante il suo periodo da allenatore i ragazzi tesserati nelle società di calcio dell’Unione Sovietica salgono da 6 a 30 milioni. Più che un allenatore è fautore di un movimento. Negli anni forgia calciatori come Zavarov, Aleinikov, Blokhin (Pallone d’oro 1975), Belanov (Pallone d’oro 1986), Rebrov, Kaladze, Shevchenko (Pallone d’oro 2004) e ispira una generazione di allenatori, anche al di là della cortina di ferro, alla quale appartengono di diritto Sacchi e Zeman.

DAL CATENACCIO ALLA ZONA MISTA – IL GIOCO ALL’ITALIANA

Nell’italia calcistica il cambiamento, seppur lentamente e con non poche resistenze, è rappresentato dalla zona mista, ribattezzata all’estero come gioco all’italiana. E’ un’evoluzione del catenaccio che cerca di coniugare i nuovi concetti della marcatura a zona e dell’attacco degli spazi introdotti dal calcio totale con una marcatura a uomo più tradizionale.

Nell’ottica di un sistema di gioco più flessibile, in grado di garantire una manovra più fluida, meno dipendente dal lancio lungo sistematico, i centrocampisti, e in particolar modo il regista, iniziano ad avere un ruolo meno limitato, con maggiore licenza di giocare a tutto campo puntando l’area avversaria. In particolar modo il regista si evolve in un trequartista vero e proprio, svincolato dalla marcatura a uomo per potersi dedicare maggiormente alla rifinitura. E’ un gioco che continua ad essere profondamente difensivo e a mettere il risultato al centro dell’attenzione, ma l’Italia del calcio, dopo il disastro dei mondiali del 1966, ha bloccato l’ingaggio degli stranieri, non ha modo né forse interesse ad introdurre alcun dibattito su come o se proporre qualcosa di nuovo. In questo momento storico nel nostro calcio manca la mescolanza, il confronto e soprattutto la competizione con qualcosa che faccia da contraltare alle nostre convinzioni. 

Le vittorie in Europa di Herrera e Rocco, e il secondo posto ai campionati del mondo del 1970 sono ciò che fa ancora notizia. Sappiamo giocare in un solo modo e pensiamo che sia quello migliore in assoluto, ma i gol nel campionato nazionale scarseggiano, al pari delle vittorie continentali dove le inglesi spadroneggiano e l’unica eccezione, dopo Rocco nel 72, è la Coppa UEFA del 1977 vinta dalla Juventus di Trapattoni. 

Sporadicamente compaiono sulla scena allenatori che propongono qualcosa di diverso, sull’esempio olandese, come Vinicio al Napoli (stagione 1974-75), o Castager con il suo gioco definito da Gianni Brera “onestamente buono e razionale” al Perugia (1978-79), che stabilisce il record di imbattibilità in Serie A proponendo in campo un antesignano del moderno 4-2-3-1, ma il nostro calcio non è ancora pronto per assorbire e trarre ispirazione da questi esperimenti, che terminano entrambi il campionato al secondo posto dietro l’arcigna Juventus trapattoniana. 

Il nostro è un calcio autarchico, reso ancora più conservatore da un periodo storico socialmente instabile come quello degli anni di piombo, che però vede la ribalta di molte realtà considerate sino ad allora minori, come il Cagliari di Riva, la Lazio di Chinaglia, il Torino di Pulici e Graziani. Proprio perché siamo un Paese chiuso, nel quale si gioca un calcio a difese chiuse, il gioco all’italiana produce una generazione di calciatori abilissimi negli spazi stretti, che riesce proprio dove aveva fallito l’Olanda di Cruyff, ossia imprimere il proprio segnosugli almanacchi aggiudicandosi la Coppa del mondo del 1982, disputando un torneo in crescendo, appena prima dell’avvento della zona sacchiana.

Tuttavia a iniziare un vero rinnovamento, in campo e fuori, del movimento calcistico italiano, contribuiranno due elementi fondamentali: la riapertura ai trasferimenti dall’estero nel 1980, e l’avvento, come già accennato, sulla panchina del Milan di Arrigo Sacchi qualche anno dopo.

LA RIVOLUZIONE DI SACCHI E IL NUOVO CORSO ITALIANO

Nel 1986 il Milan di Berlusconi decide di affidare la panchina ad Arrigo Sacchi, allenatore con un passato da calciatore dilettante e pochissimi anni di carriera alle spalle, trascorsi in Serie C al Rimini e in Serie B al Parma conquistando la promozione (ed eliminando lo stesso Milan dalla Coppa Italia) l’anno prima.

Profondo estimatore del gioco a zona, del calcio totale di scuola olandese e della filosofia di Lobanovsky, Sacchi porta innovazione nel club e più in generale nel calcio italiano a partire dai metodi di allenamento: la sua attenzione maniacale per i movimenti senza palla e il pesante accento posto sulla preparazione atletica, fondamentale per implementare al meglio il pressing alto alla base del suo gioco, contribuiscono alla sua reputazione di allenatore severo, dai metodi e dal carattere intransigente e in contrapposizione con l’approccio calcistico del tempo. 

Sacchi non sa fare gruppo, va in disaccordo un po’ con tutti, in particolar modo con Van Basten e Baresi, al quale impone ore di visione delle partite di Gianluca Signorini, suo ex giocatore del Parma, per convincerlo dell’efficacia della nuova marcatura a zona che dovrà applicare sul campo. Ci vuole una buona dose di ferma diplomazia da parte della società, irremovibile nel confermare le proprie scelte tecniche nei confronti dei calciatori frastornati dal nuovo tecnico, per consentire a Sacchi di instillare nel club il suo gioco e il suo metodo di lavoro.

Sul campo, il 4-4-2 rigorosamente in linea di Sacchi rappresenta la sintesi fra lo stile olandese, caratterizzato da un gioco corto, offensivo e veloce, e la versatilità e solidità della zona mista. E’ un modulo che fa delle “catene” laterali e della razionalità dei movimenti e degli scambi fra i giocatori i suoi punti di forza. Come Lobanovsky, il tecnico di Fusignano crede nell’universalità dei calciatori, nella necessità di interpretare la doppia fase per tutte le posizioni, e nella superiorità del collettivo rispetto al talento individuale.

Altre caratteristiche peculiari del suo modo di giocare sono la marcatura completamente a zona, la linea difensiva altissima per attuare la trappola del fuorigioco in modo sistematico, e il pressing a tutto campo. In attacco il gioco è altamente spettacolare, reso ancora più efficace dal talento in cabina di regia di Ancelotti, dall’estro di Donadoni e dalla potenza fisica di Rijkaard e Gullit, perfettamente complementari alla classe cristallina, di un talento fragile come Van Basten.

Il merito storico di Sacchi, oltre al ricco palmarès conquistato nel suo quinquennio rossonero (uno scudetto, una Supercoppa Italiana, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe UEFA e due Coppe Intercontinentali) è quello di aver proposto e dimostrato una reale alternativa, vincente, al gioco all’italiana, al quale il movimento calcistico italiano si è affidato in modo esclusivo dagli anni del catenaccio, perché convinto che giocare sull’avversario fosse l’unica e migliore soluzione per affrontare qualunque sfida sul campo. 

A fare da apripista a questa nuova tendenza di un calcio offensivo vi sono sicuramente i successi, nella prima metà del decennio, della Roma di Liedholm, una felice sintesi fra la zona olandese e il libero, elemento caratterizzante del gioco all’italiana più tradizionale, vincitrice di uno scudetto e tre Coppe Italia a cavallo fra il 1979 e il 1984 e il gioco propositivo del Torino di Radice, il quale già a metà degli anni Settanta profetizza l’avvento del pressing a tutto campo. 

A dare continuità, invece, alla lezione sacchiana è Zdenek Zeman con il suo 4-3-3 ultra offensivo che caratterizza il Foggia dei miracoli nella stagione 1990-91. Quello di Zeman è un calcio realmente spettacolare: verticale, offensivo fino all’esasperazione, fatto di pressing e movimenti continui di tutti gli undici in campo. Ha il merito e l’intuizione non solo di lanciare giocatori che segnano il panorama calcistico italiano dei vent’anni successivi, come Signori, Rambaudi e Di Biagio, ma di essere di ispirazione per un gran numero di squadre e allenatori incantati dall’efficacia e dai risultati, straordinari per una realtà come Foggia, scaturiti dal suo gioco così radicalmente offensivo. All’inizio della nuova era calcistica mondiale, nel calcio italiano c’è un rinnovata dialettica sul campo e fuori, caratterizzata inoltre da un aumento costante dei gol segnati a partire dai campionati successivi ai mondiali dell’82.

OLTRE LA ZONA – IL RITORNO DEL LIBERO

Il gioco e le vittorie della Roma di Liedholm e del Milan di Sacchi, costruite intorno alla zona pura, segnano l’inizio del grande dibattito fra trapattoniani, fedeli alla tradizione, al catenaccio e al gioco difensivo, e sacchiani o zemaniani, portatori di una nuova concezione di calcio offensivo, dedito al pressing e alla zona. 

In parallelo, se questa netta divisione tra scuole di pensiero da un lato porta nuove sperimentazioni sul piano tattico, espresse da realtà come il 3-4-3 di Alberto Zaccheroni e Renzo Ulivieri, rispettivamente alla guida di Udinese e Bologna e, all’estero, da squadre come il Dream Team di Cruijff al Barcellona, il Newcastle di Keegan e l’Ajax di Van Gaal, dall’altro vedono il ritorno di molte squadre ai principi alla base della nascita del catenaccio, schierando nuovamente il libero, bloccando il terzino fluidificante e l’ala tornante sulla linea dei difensori per avere una superiorità numerica in difesa sia nei confronti del 4-4-2 che del 4-3-3.

Nasce così il 3-5-2, con il quale il Belgio di Guy Thys finisce al quarto posto ai mondiali del 1986, vinti dall’Argentina di Bilardo schierata anch’essa con lo stesso modulo, e utilizzato in seguito con successo dalla Danimarca Campione d’Europa nel 1992. Squadre come Danimarca e Belgio lo utilizzano per sopperire alle differenze tecniche con le altre nazioni con densità e dinamismo in mezzo al campo, Bilardo lo sfrutta per rispondere al “problema” Maradona, e su come dare a quest’ultimo la maggior libertà di movimento possibile all’interno di un sistema che garantisse allo stesso tempo equilibrio e solidità difensiva. 

In Italia e in Europa è Nevio Scala ad avere grande successo con la “piramide rovesciata” del 3-5-2 o 5-3-2, vincendo una Coppa Italia, una Coppa UEFA, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa UEFA. La semplicità e l’efficacia che questo sistema tattico dimostra sul campo sono tali che anche nel campionato inglese, storicamente restio all’impiego di un giocatore privo di reali compiti di marcatura, dalla seconda metà degli anni Novanta iniziano ad apparire formazioni che fanno uso dello sweeper, l’equivalente del libero nostrano.

Il 3-5-2, a differenza del 4-4-2 al quale si contrappone, nei numeri, direttamente, è un modulo privo di sovrapposizioni, adattissimo a squadre che, in assenza di ali di qualità, vogliono dare ampiezza al gioco grazie a terzini che attaccano anziché esterni che difendono, garantendo alla squadra un’adeguata copertura in fase difensiva. Potremmo definirlo come l’ulteriore evoluzione, in senso moderno, del gioco all’italiana, laddove il metodista di Pozzo agisce davanti alla difesa e l’ala tornante diventa a tutti gli effetti un secondo terzino fluidificante. Le due mezzali sono giocatori di quantità, che tamponano il gioco per poi proporsi in avanti, e in difesa il libero permette l’impiego di due marcatori a uomo. Del 4-4-2 viene mutuato l’assortimento degli attaccanti, generalmente composto da una combinazione “punta grande, punta piccola” o “prima punta, seconda punta”.

Le squadre in grado di schierare un trequartista puro, un giocatore cioè in grado di inventare e legare il gioco negli ultimi 40 metri, generalmente evolvono il loro schieramento in un 3-4-1-2, come ad esempio farà la Roma di Capello scudettata nel 2000-01 e l’Italia di Zoff agli Europei del 2000. Questo sistema tattico, che può contare su sette elementi coinvolti nella fase difensiva e tre devoti in maniera quasi esclusiva alla fase offensiva, gode di grande popolarità nella Serie A della prima metà degli anni Duemila.

NASCE IL CALCIO MODERNO

Al di là del piano puramente tattico, alcune innovazioni sul piano regolamentare e amministrativo contribuiscono a far entrare il calcio in una nuova era sempre più vicina alla nostra quotidianità.

Nel 1992 l’IFAB abolisce il retropassaggio al portiere, che può ora utilizzare solamente i piedi per gestire il passaggio, sempre di piede, del compagno. Questo penalizza fortemente la melina e obbliga i portieri ad affrontare un’evoluzione significativa del proprio ruolo all’interno di un gioco che diventa più veloce e tecnicamente esigente.

Nel 1994 vengono istituiti i 3 punti per la vittoria, grazie ai quali il pareggio perde notevolmente importanza e utilità sul piano dei risultati, e le 3 sostituzioni a partita, che rappresentano un aumento decisivo dell’influenza degli allenatori sulla capacità di cambiare il corso della partita.

Nel 1995 la sentenza Bosman sancisce ufficialmente una distinzione fra i giocatori extracomunitari e gli stranieri appartenenti alla Comunità Europea, con questi ultimi che devono essere tesserati liberamente, senza alcun vincolo, dalle squadre all’interno dell’Unione. Inoltre, viene garantita a tutti i giocatori la possibilità di liberarsi, a parametro zero, alla scadenza del contratto senza che alcun indennizzo debba essere riconosciuto alla squadra di appartenenza. Questo non solo rivoluziona il mercato trasferimenti e conferisce un grosso potere sul piano negoziale ai calciatori, ma ha anche forti conseguenze sui vivai delle squadre nazionali, che da questo momento possono acquistare giovani stranieri a basso costo.

Nel 1998 viene reso obbligatorio il cartellino rosso per i giocatori che commettono fallo da dietro, per scoraggiare ulteriormente l’utilizzo del fallo tattico e incentivare lo spettacolo.

MARCELO BIELSA

Di un approfondimento a parte è senza dubbio meritevole l’allenatore argentino Marcelo Bielsa, che, appena 25enne, all’inizio degli anni ’90 conduce il Newell’s Old Boys alla conquista del campionato di apertura 1991 e di clausura 1992. Bielsa è considerato uno dei maggiori innovatori del calcio moderno, e una figura fondamentale del movimento calcistico sudamericano. 

Personaggio sopra le righe, tattico ossessivo e stakanovista della video analisi, con la sua filosofia di gioco ha influenzato un’intera generazione di allenatori, i quali mai hanno nascosto di essere stati influenzati dalla filosofia di Bielsa: Gerardo Martino, Eduardo Berizzo, Mauricio Pochettino, Matias Almeyda, Marcelo Gallardo. Tutti suoi ex calciatori. Alla lunga lista degli estimatori si aggiungono Jorge Sampaoli e Pep Guardiola, con quest’ultimo che lo ha definito il miglior allenatore del mondo e fonte di ispirazione.

Il gioco delle squadre di Bielsa è incentrato sul “tocco rapido”, in un calcio offensivo fatto di intensità, pressione avanzata e immediate verticalizzazioni. Sul campo, il marchio di fabbrica di Bielsa, sul campo, è il modulo 3-3-3-1. In difesa c’è un libero (fondamentale per non far scavalcare la linea difensiva con il lancio lungo) alle spalle di due marcatori, a centrocampo un mediano con compiti di regia coadiuvato da due giocatori di quantità, in grado di spingere come terzini fluidificanti ma con sufficiente senso tattico da poter aiutare a fare densità in zona centrale, laddove più avanti opera un fantasista con due ali a supporto della punta.

Questa disposizione così atipica permette alle sue squadre di coprire il campo con uniformità, e di avere sempre a disposizione in cambio di gioco sul lato opposto: il suo non è un calcio di possesso palla; l’attacco degli spazi in verticale e l’impostazione rapida, volta a creare un gran numero di occasioni, sono gli elementi chiave della fase offensiva. Quando non in possesso, ai giocatori è richiesto un pressing che rende l’impianto tattico, con la squadra allungata dalla presenza del libero, assai dispendioso sul piano delle energie.

Nonostante la chiara influenza del totaalvoetbal olandese, nella fase difensiva di Bielsa il difensore prende l’avversario nella sua zona di competenza, marcandolo individualmente sino al termine dell’azione e lasciandolo solo se la marcatura è presa da un altro compagno. Questo dispositivo tattico tende a destrutturare la squadra ma per Bielsa è più importante la marcatura degli avversari che il presidio dello spazio (differenza, questa, sostanziale dal suo discepolo Guardiola). 

Il tecnico di Rosario ha utilizzato, in carriera, il 3-3-3-1 per gran parte delle sue esperienze, ma principalmente con il Newell’s e alla guida della Nazionale argentina e cilena nel decennio 1999-2010. Nel corso delle sue esperienze più recenti, all’Athletic Bilbao, al Marsiglia e al Leeds United che allena tutt’oggi, ha utilizzato quello schema contro squadre schierate con due punte, alternando un 4-1-4-1 caratterizzato dal mediano che scende in mezzo ai difensori in fase di impostazione, ricostruendo una difesa a tre e permettendo a entrambi i terzini di sganciarsi per allargare il gioco. Questo perchè un altro dei capisaldi del calcio di Bielsa è l’avere superiorità numerica in zona difensiva, così che ci sia sempre un giocatore “libero” in azione di copertura.

Marcelo Bielsa rappresenta il terzo polo calcistico in un movimento che a cavallo fra i decenni ’70 e ’80 ha visto nascere la storica dicotomia fra il pragmatismo di Bilardo e la libertà di espressione di Menotti. Il merito di Bielsa è quello di riuscire a coniugare la disciplina e la struttura tattica delle squadre di Bilardo con la fantasia di quelle di Menotti. E’ stato anche un pioniere degli allenamenti per reparto e dello scouting sistematico, finendo per scoprire personalmente un gran numero di giovani da poter forgiare nel solco della sua filosofia, sul modello olandese.

In carriera Bielsa, in proporzione al suo impatto nell’immaginario collettivo, ha vinto relativamente poco. Oltre ai già citati successi con il Newell’s, si contano il clausura 1998 alla guida del Vèlez, l’oro olimpico del 2004 come ct dell’Argentina Under-23, e la recente Championship inglese con il Leeds, che il tecnico argentino ha riportato recentemente nella Premier League.

IL 4-2-3-1 – IL MODULO DEL NUOVO MILLENNIO

Il ritorno delle formazioni che si affidano al libero, caratterizzate dalla difesa a tre e da una grande densità a centrocampo, incoraggiano gli allenatori a cercare risposte alternative al 4-4-2 in linea che, in particolar modo all’estero, durante gli anni Novanta è il modulo più utilizzato. Il 4-3-3, pur essendo anch’esso molto diffuso, oltre ad essere dispendioso sul piano atletico non risponde ad alcune domande fondamentali, relative al dove e al come impiegare il trequartista o, più in generale, quei giocatori che pur mancando di fisicità o etica del lavoro abbondano sul piano della qualità e della fantasia. 

Riuscire a schierare più giocatori di qualità contemporaneamente, superando la logica della staffetta introdotta da Valcareggi ai mondiali del 70, con Mazzola e Rivera impiegati per 45 minuti ciascuno pur di non alterare gli equilibri sul piano tattico, può aiutare a scardinare le difese più bloccate, a patto di trovare un assetto difensivamente stabile.

Il primo passo verso questa nuova filosofia lo compie il ct della nazionale francese Aimé Jacquet che conquista la Coppa del Mondo 1998 con quello che è effettivamente un 4-3-2-1, con la fantasia di Zidane e Djorkaeff dietro la punta Guivarc’h, tecnicamente mediocre ma abilissimo nel fare da raccordo tra l’attacco e i due trequartisti. Come Bilardo nel 1986 con Maradona, Jacquet è alla ricerca del ricamo tattico migliore, da realizzare intorno a Zidane, giocatore dalle immense qualità tecniche ma non particolarmente veloce e soprattutto privo di qualunque istinto difensivo. Agli Europei del 2000, vinti anch’essi dai transalpini, l’allenatore francese può contare sul perfetto connubio tra qualità e sostanza, a centrocampo, di Patrick Vieira, e può così togliere un centrocampista per aggiungere un ulteriore elemento creativo (Dugarry) alle spalle del centravanti (Henry).

Il punto di forza del 4-2-3-1 è la versatilità. Può infatti, a seconda delle caratteristiche degli interpreti, assumere le sembianze di un 4-5-1 offensivo o di un 4-4-1-1 più bloccato. La coppia centrale di centrocampo, generalmente composta da due mediani, tatticamente disciplinati e ordinati tecnicamente, crea insieme ai difensori un castello centrale simile a quello del 4-4-2 classico, dal quale però si differenzia per la tendenza degli esterni a giocare dentro al campo per favorire un gioco più corto e basato sul fraseggio. E’ inoltre in grado di accomodare qualunque tipologia di attaccante, dal centravanti forte fisicamente alla mezzapunta che preferisce giocare negli spazi e ad uscire dall’area di rigore, al finalizzatore bravo a scattare sulla linea del fuorigioco. 

Riguardo al dove impiegare la fantasia, questo modulo offre numerose risposte. Può infatti giocare a ridosso della punta, come componente della batteria di trequartisti, e anche come centravanti, come Totti, l’ultimo grande esempio di trequartista del nostro calcio, nella Roma di Luciano Spalletti tra il 2005 e il 2009. 

Altra caratteristica innovativa del 4-2-3-1, quella che probabilmente determina l’ingresso del calcio in una nuova dimensione sul piano tattico, è l’essere concepito non più sulle tradizionali tre linee (difesa, centrocampo e attacco), ma di sfruttarne cinque (difesa, mediana, centrocampo, trequarti, attacco), al costo di una squadra più lunga dei 35-40 metri sacchiani. D’altronde dal 1990 una serie di riforme, in senso meno restrittivo, alla regola del fuorigioco, hanno reso di sempre più difficile attuazione la sinergia tra linea difensiva alta e la sistematica trappola del fuorigioco.

Questa nuova tendenza a schierare più giocatori creativi contemporaneamente si sposa bene con l’avvento delle TV satellitari nel mondo del calcio, e la conseguente pioggia di miliardi sui club di tutto il globo. Il calcio diventa una vera e propria industria, che vende al pubblico un prodotto di intrattenimento a tutti gli effetti. Si trasforma in uno sport globale e globalizzato, sempre più accessibile ai non addetti ai lavori e nel quale nessuna tipologia di gioco finisce per scomparire completamente ma rappresenta uno dei tanti piccoli tasselli destinati ad arricchire un universo tattico complesso e in perenne evoluzione. 

Basti pensare alla Grecia di Rehhagel, vincitrice degli Europei del 2004 grazie a un catenaccio che sembra quello di Herrera, o alla nazionale di Lippi che nel 2006 conquista i Mondiali a dispetto dei pronostici grazie a una squadra camaleontica, con la difesa quale reparto dominante, un centrocampo dinamico e flessibile e un attacco ben assortito, in grado di reggere l’urto di Germania e Francia grazie alla ferrea solidità e alla capacità di adattamento tipiche del gioco all’italiana. 

IL TIKI-TAKA

A metà degli anni Duemila, l’espressione tiki-taka viene coniata in Spagna per descrivere il gioco, caratterizzato da un lungo e metodico possesso palla, della nazionale spagnola guidata da Luis Aragonés. E’ però Josep Guardiola, al Barcellona dal 2008 al 2011, ad adottare abitualmente una nuova filosofia di gioco offensivo costruito attraverso lunghe serie di passaggi corti, manovrando con pazienza sin dal portiere per proporre un calcio meno vincolato ai contrasti e allo scontro fisico. Questo stile si adatta bene alle caratteristiche dei giocatori spagnoli, e nello specifico alla nuova talentuosa generazione di calciatori blaugrana, trainata dalla tecnica e la creatività di Lionel Messi, Xavi, Andrés Iniesta e Cesc Fàbregas. 

A uno sguardo più approfondito, il ricorso di Guardiola a transizioni lente, che costringono l’avversario a un pressing spesso infruttuoso nel tentativo di recuperare palla, è un dispositivo tattico fondamentalmente difensivo: il tiki-taka, a differenza del calcio totale olandese al quale è spesso paragonato, si adatta alla natura “fine” del calcio spagnolo piuttosto che fare affidamento al principio della costante mobilità in campo, che necessita invece di grande prestanza fisica; ciò che si deve muovere, lentamente ma inesorabilmente, è la palla, fino a trovare il momento giusto per verticalizzare. Inoltre, la grande quantità di possesso palla generato da questa costruzione così metodica riduce, nelle intenzioni, il tempo a disposizione degli avversari per creare situazioni di pericolo.

Il modulo di partenza del Barcellona di Guardiola è un 4-3-3 che in determinati momenti della partita può assumere forme meno ortodosse simili a un 3-4-3, meno avanguardistico di quello di Cruijff e Van Gaal, o addirittura un 3-3-4. Il vertice basso del triangolo di centrocampo spesso arretra in mezzo ai due difensori centrali per consentire ai terzini di spingersi in avanti e dare ampiezza alla costruzione dal basso. In attacco, laddove le ali giocano larghissime per poi tagliare verso il centro, l’elemento che sovverte gli equilibri è il fuoriclasse Messi, in origine un esterno d’attacco, spostato al centro del reparto riproponendo la felice intuizione del “falso centravanti” all’ungherese di 50 anni prima. 

A questo proposito, l’episodio chiave, e degno di menzione, avviene nel Clasico di ritorno, a Madrid, nella stagione 2008-09, quando Messi schierato come punta centrale attira i difensori del Real fuori posizione grazie ai ripiegamenti a centrocampo e consentendo ai compagni di creare molteplici occasioni da gol gettandosi negli spazi da lui creati. Il netto 6-2 con il quale il Barcellona si aggiudica l’incontro vale molto più dei 3 punti: di fatto contribuisce ad affermare in modo decisivo l’importanza della creazione e dello sfruttamento dello spazio come elemento chiave delle tattiche contemporanee.

Fondamentale nell’impianto tattico di Guardiola è una nuova idea di pressing avanzato: per riconquistare il pallone, dalla metà campo in su, la squadra si spinge in avanti marcando le linee di passaggio anziché andare a contrasto con l’avversario, con lo scopo di obbligarlo a una giocata imprecisa o verso l’esterno, nella zona di minor pericolo. Questo concetto viene ripreso e rielaborato qualche anno dopo in senso più fisico e dinamico dal Borussia Dortmund di Klopp in quello che viene definito comunemente gegenpressing, inteso come ricerca dell’immediata e ostinata riconquista della palla nella trequarti avversaria.

Pur essendo un calcio nettamente influenzato dalla scuola olandese, il gioco di Guardiola può essere ritenuto invece l’evoluzione moderna del Dream Team di Cruijff. Con i numerosi successi del Barcellona e della Nazionale spagnola, vincitrice dei Mondiali del 2010 e degli Europei 2008 e 2012, questa tipologia di gioco rappresenta una netta svolta rispetto alle squadre che hanno dominato la scena nei decenni precedenti. E’ un ritorno al passato, a un calcio meno vincolato al contrasto e allo scontro fisico, incoraggiato da modifiche regolamentari che nel recente passato hanno portato a una sempre maggiore severità nei confronti del gioco duro e del fallo antisportivo.

SVILUPPI CONTEMPORANEI

Il calcio moderno è equiparabile a una grande torre di Babele, dove convivono una moltitudine di

filosofie tattiche. Come sempre nella Storia del calcio, la bravura degli allenatori risiede nel costruire il sistema tattico più efficace intorno alle idee e le intuizioni del momento e traendo il massimo dal talento a loro disposizione. Negli ultimi anni, tecnici come Ferguson, Hiddink, Guardiola, Mourinho, Lippi e Ancelotti si sono forse dimostrati i più abili nel tessere il miglior vestito intorno alle loro squadre, anticipando al contempo le nuove tendenze tattiche nei rispettivi campionati, pur rimanendo al di fuori di un contesto legato a reali innovazioni.

In una società globale, fondata sulla libera e veloce trasmissione delle informazioni, è molto più semplice rispetto a qualche decennio fa studiare gli avversari sin nei minimi dettagli. Il livello di professionismo richiesto al calciatore moderno, inoltre, esige che egli sia, specialmente ad alti livelli, in primis un atleta a tutti gli effetti; non è un caso se la velocità e la generale fluidità del gioco è aumentata esponenzialmente negli ultimi anni. E’ molto difficile inventare qualcosa di nuovo, ma non per questo il calcio, al giorno d’oggi, può essere considerato come uno sport statico e privo di meccanismi evolutivi. 

In particolare i centrocampisti creativi, ai quali il gioco moderno impone grande consapevolezza tattica e velocità di pensiero, ad alti livelli tendono sempre più a modificare e migliorare il proprio gioco ritrovandosi in quella che può essere definita una nuova stirpe di centrocampisti totali, ai quali appartengono calciatori come Iniesta, De Bruyne, Xavi, Modric, Verratti, i quali si distinguono dai comuni specialisti nel proprio ruolo esibendo contemporaneamente il dinamismo della mezzala e la visione di gioco di un regista classico.

MARCO BUONOMO 

MARCO BUONOMO