LA SENTENZA BOSMANN HA RIVOLUZIONATO IL CALCIO?

La Sentenza Bosman, emessa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 1995, è stata indubbiamente un

momento rivoluzionario per il calcio professionistico, stabilendo due principi fondamentali: l’abolizione

dell’indennità di trasferimento per i calciatori comunitari a fine contratto e l’abolizione delle quote di

nazionalità, che limitavano il numero di giocatori nati al di fuori della federazione di appartenenza del club in

cui militavano.

Sono moderatamente favorevole alla Sentenza Bosman, poiché ha portato il calcio stesso a fare un passo verso

una legislazione del lavoro più moderna, in linea con i cambiamenti del mondo circostante, ma soprattutto

verso un prodotto “calcio” più appetibile al grande pubblico, sebbene emergano delle evidenti criticità a seguito

della stessa.

Affermazione dei Diritti del Lavoratore

Il primo punto della mia tesi riguarda l’applicazione del principio della libera circolazione dei lavoratori (Art.

45 TFUE) ai calciatori. Difatti, la sentenza Bosman ha così equiparato il calciatore a qualsiasi altro lavoratore

dell’UE, restituendogli la piena autonomia contrattuale, garantendogli maggiori possibilità economiche e di

carriera.

Ritengo sia un passaggio cruciale anche per un semplice spettatore del calcio, poiché la direzione intrapresa,

passata attraverso il rifiuto dell’indennizzo di trasferimento a fine contratto e l’introduzione del cosiddetto

“parametro zero”, ha posto le basi per lo sviluppo di figure professionali qualificate, sebbene spesso

demonizzate, come quella del procuratore e dell’agente sportivo.

Dal mio punto di vista tale passaggio è importante, poiché in un calcio odierno dove l’immissione compulsiva

di capitale economico in determinate società o determinati campionati, provoca una disparità evidente,

l’importanza assunta da queste figure professionali limita e rallenta questo processo. Difatti, in assenza

dell’indennità di trasferimento, la competizione tra club si sposta integralmente sul salario e sulle commissioni

per l’agente. Quest’ultimo, negoziando il miglior contratto per il suo assistito, incanala direttamente i flussi

economici verso il giocatore e il suo staff, rendendo il calciatore un attore economico centrale, non più un

semplice asset negoziabile tra società.

Competizione e meritocrazia

In seconda battuta, l’abolizione delle quote di nazionalità per i giocatori dell’UE ha avuto un impatto

profondamente positivo sulla qualità del gioco e sulla competitività dei campionati: i club infatti diventano

liberi di ingaggiare i migliori talenti europei senza vincoli, favorendo una maggiore circolazione di giocatori e

aumentando il livello tecnico di tutti i maggiori campionati, dando importanza e prestigio al lavoro di scouting.

Tuttavia, è innegabile che l’abolizione dell’indennizzo al club precedente abbia anche facilitato la

concentrazione dei migliori talenti nelle superpotenze calcistiche europee.

Difatti la coincidenza della Sentenza con l’introduzione della nuova formula della Champions League nel 1992

e della fondazione della Premier League nello stesso anno, aprono la strada al un calcio con una visione più

amplia, dove pur mantenendo un livello sempre più alto, vengono coinvolti più club e più realtà calcistiche,

fra loro disparate. Anche in questo caso, l’emergere di figure professionali legate allo scouting, ha favorito sia

l’ampliarsi delle possibilità lavorative per calciatori e addetti ai lavori, sia impreziosito le società con talento

che altrimenti sarebbe rimasto nascosto o irraggiungibile a causa delle precedenti norme.

Criticità e Disparità Economiche

Dal mio punto di vista, è onesto riconoscere che la Sentenza Bosman abbia portato anche a significative

distorsioni nel sistema calcistico, quali l’aumento del divario economico fra società e la penalizzazione dei

settori giovanili. Difatti, la libertà di movimento sopra citata, ha portato al rialzo degli stipendi, con i grandi

club che spesso prelevano i talenti dalle piccole, anche sfruttando il meccanismo del parametro zero, acuendo

nei fatti la disparità nel potere d’acquisto e di trattenere i calciatori, fra società. Questo principio, mitigato da

successive regole economiche quali il Financial Fair Play o Salary Cap, ci racconta un calcio moderno spesso

eccessivamente prevedibile, dove le grandi dominano e le piccole lavorano affannosamente per mantenere il

passo.

Altro aspetto fondamentale è la penalizzazione dei settori giovanili: la possibilità di ingaggiare a costo zero

talenti già formati da altre società, ha in parte scoraggiato gli investimenti dei club nella formazione giovanile,

portando al decadimento di grandi realtà che hanno storicamente investito sui propri vivai e un impoverimento

tecnico di tutte quelle realtà che non hanno saputo organizzare delle strutture moderne per valorizzare al meglio

il sistema proposto.

Conclusioni

Ripartendo da questo ultimo punto, poiché per me il più negativo, nonché il più vicino in quanto spesso legato

al calcio italiano in tutte le sue espressioni, trovo che la Sentenza Bosman sia stato un evento favorevole al

calcio moderno, se considerata l’inizio di un nuovo percorso: premessa difatti l’importanza del legittimare i

diritti di un lavoratore, che si parli di un calciatore o di qualsiasi classe sociale, vedo nella Sentenza Bosman

il punto di partenza per un nuovo calcio che dovrebbe essere affiancato da strutture altrettanto moderne, come

reti interconnesse di scouting e investimenti mirati nei settori giovanili, a differenza di sistemi come il calcio

italiano, che ha tardato a recepire i cambiamenti, mantenendo strutture obsolete e settori giovanili trascurati,

rifugiando le proprie difficoltà nell’immissione frenetica di capitale.

Dal mio punto di vista sarebbe dunque necessario integrare la libertà di trasferimento con una nuova enfasi

sugli investimenti nei settori giovanili e una regolamentazione economica più efficace, senza tornare a principi

che privilegino una nazionalità sull’altra. Solo così la sentenza Bosman potrà trovare il suo riflesso in un calcio

libero, dinamico e livellato non più dalla sola potenza economica, ma dalla bravura e dalla visione di tutte le

figure professionali interconnesse.

Luca Iannilli – Università del Calcio 2025